sabato 11 febbraio 2012

«Fuori dal ghetto del nazionalismo»


L'EGITTO UN ANNO DOPO  ·  Intervista al manifesto dello storico e politologo Sami Zubaida

«Fuori dal ghetto del nazionalismo»

L’11 febbraio 2011, dopo un mese di mobilitazione e rivolta simboleggiate dalla piazza Tahrir, il decotto «faraone» Mubarak fu costretto a dimettersi: cosa è cambiato?

“Le rivolte hanno segnato il ritorno della politica in Medio Oriente” - assicura al manifesto Sami  Zubaida, storico dell’Università di Birkbeck, ad un anno dalle dimissioni di Hosni Mubarak. “I colpi di stato nazionalisti di Gamal Abdel Nasser in Egitto e del Ba’ath in Siria hanno incluso le ideologie politiche all’interno del partito unico. E così le rivolte di quest’anno hanno bilanciato la costante soppressione dei movimenti urbani nel mondo arabo” - aggiunge il politologo dell’Università di Londra. “Le nuove generazioni sono uscite dal ghetto del nazionalismo, proclamando valori universali di giustizia sociale, democrazia e anti-corruzione. E così il muro è crollato. L’idea di inviolabilità del regime è sparita. Da qui non si torna indietro, continuerà l’attivismo politico di cittadinanza”, ammette Zubaida.
Come spiega allora l’inconsistenza delle forze politiche secolari alle elezioni parlamentari degli ultimi mesi? “Chi ha fatto la Rivoluzione non ha potere elettorale nè connessioni politiche. I partiti socialisti e liberali erano implicati nei regimi nazionalisti. Anche il Partito comunista iraqeno aveva accettato di far parte di una coalizione con il Ba’ath di Saddam Hussein. Così i comunisti persero credibilità. E il regime ha massacrato i principali esponenti del partito”. Secondo l’autore de Islam, il popolo e lo stato: idee politiche e movimenti (1993), altra grave colpa delle forze secolari è di essere implicate nelle politiche di liberalizzazione economica degli ultimi decenni. “Ma il colpo di grazia è venuto, da un lato, dalla Rivoluzione iraniana, che ha strappato il mantello della giustizia sociale alla sinistra, e, dall’altro, dal crollo dell’Unione Sovietica”.
Tuttavia, almeno dal febbraio 2011, tutti i movimenti politici hanno goduto di una certa libertà in campagna elettorale. “I vecchi partiti di sinistra sono arrivati a queste rivolte come forze completamente irrilevanti. L’esercito ha concesso ai giovani libertà di assembramento e di parola, ma non di organizzazione del movimento operaio”, prosegue Zubaida nell’intervista al manifesto. In un certo senso, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) in Egitto ha bloccato la spinta rivoluzionaria proponendosi come garante di stabilità e sicurezza. “Lo SCAF vuole una ‘soluzione definitiva’, il controllo dell’attività politica e parlamentare. Inoltre, ha architettato coflitti settari per screditare i movimenti. In un primo tempo, i Fratelli musulmani hanno tentato debolmente di resistere all’esercito. Ma hanno rinunciato per governare con un’ampia maggioranza. Sono arrivati così ad un accordo tacito con i militari. Il risultato: i rivoluzionari si trovano a combattere non solo contro l’esercito ma anche contro la Fratellanza”.
In realtà, nonostante Libertà e giustizia abbia vinto le elezioni, appare divisa al suo interno. “I Fratelli musulmani sono un movimento gerontocratico e internamente anti-democratico, di fronte ad un grave conflitto generazionale. I moralisti, vecchia maniera, convivono con i businessman del Golfo. Esiste poi una corrente impegnata in politiche sociali, per riforme sanitarie e contro la disoccupazione, ma convive con il liberismo della vecchia nomenclatura. Sembra quasi che dopo il successo elettorale, la loro prima richiesta sia stata di arrestare Adel Imam”, conclude con ironia Zubaida. Il docente fa qui riferimento alla vicenda giudiziaria del popolare attore comico egiziano, famoso per le battute blasfeme dei suoi film, condannato a tre mesi di reclusione per “insulti all’Islam”. In questo clima, il ritorno al Corano dei salafiti potrebbe avere una presa senza precedenti. “La legge islamica che chiedono i salafiti non è una versione riformata, ma l’interpretazione storica della legge coranica; sono per la soppressione dell’eresia e dell’immoralità. Quello che però più segna il loro discorso politico è l’ostilità verso i cristiani”, conclude l’autore de Dietro l’Islam: per una nuova comprensione del Medio Oriente (2011).
In questi giorni, gli egiziani stanno votando anche per il Senato e presto eleggeranno il nuovo presidente della Repubblica. “Un processo elettorale, che non garantisce libertà di associazione e la costituzione di partiti politici rappresentativi dei movimenti secolari, può essere addirittura rischioso. In Iraq, elezioni frettolose e il regime liberale hanno esacerbato il settarismo. Il sistema elettorale ha favorito poi meccanismi di controllo delle risorse, causando corruzione e partitocrazia”, considera Zubaida.
D’altra parte, in Siria, il movimento iniziato quasi un anno fa, nella regione rurale di Daraa, sta dando filo da torcere al regime. “La transizione in Siria è davvero lontana. Solo in parte le manifestazioni hanno il carattere di movimenti urbani, come è stato in Egitto. Tanto che Damasco è ancora calma e i manifestanti gridano Aleppo dove sei?” Secondo Zubaida, il Ba’ath di Bashar al-Assad è ancora il solo garante che possa evitare una deriva settaria in Siria? “In realtà, il movimento siriano è esplicitamente non settario, anzi la lealtà tra cristiani, alawiti e musulmani è il vero segno delle proteste. Mentre la dura repressione di al-Assad non sorprende. All’inizio delle rivolte, ha concesso alle donne con niqab di insegnare nelle scuole. Ora, sta bombardando Homs, come aveva fatto il padre Hafez con la città di Hama nel 1982”. Tuttavia, la vera brutta notizia per il regime siriano sembra venire da nuove pressioni internazionali. “La Turchia, riallineandosi con Stati Uniti e Arabia Saudita in merito alla questione siriana, potrebbe privare l’Iran del principale asset nei paesi arabi”. In questo scenario, l’ultimo pericolo per un’estensione delle tensioni in Medio Oriente sembrano le scintille dello Stretto di Hormuz tra Stati Uniti ed Iran, dove si avvicinano le elezioni parlamentari. “L’Iran vive in uno spazio pubblico ben distinto. La capacità repressiva del regime è enorme. Certo, il nemico numero uno per gli Stati Uniti ormai sono gli sciiti, non più gli islamisti sunniti”, conclude il professore.   
Giuseppe Acconcia, ringraziamenti ad Antonio De Martin
Il Manifesto
INTERNAZIONALE, pagina 7
Sabato, 11 febbraio 2012

1 commento:

  1. Antonio Pecoraro11 febbraio 2012 20:56

    Mi pare che sia di grande rilievo la parte conclusiva dell'intervista, propriamente nel punto in cui il professore rivendica uno spirito non settario ai rivoltosi siriani, dal che discende che la sopravvivenza della Siria in realtà non comporta assolutamente una garanzia contro la deriva settaria della situazione. Ma la parte più lucida dell'intervento è dove il professore evidenzia l'accordo di potere tra militari egiziani,fratelli musulmani e salafiti con buona pace delle istanze di democrazia gridate dai giovani in Piazza Tarir.

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