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giovedì 3 maggio 2012

Il sindaco

Sindaci
Pochi giorni alle elezioni. Le strade della città piene di manifesti. Di notte, losche figure ricoprono vecchi simboli con nuovi fogli di propaganda. Al comizio in piazza tanta gente. I due candidati sindaci possono quasi nominare uno per uno i componenti della piccola folla stipata ai piedi del palco. Nessuno dà tanta importanza al simbolo di partito né agli altoparlanti dei camioncini. Uno è medico, non grande oratore ma persona stimata. L’altro è figlio del vecchio sindaco. Niente televisione o molto poca, nessuno può fingere di non sapere chi siano i candidati. Tutti conoscono le loro idee.
E’ dal ’93 che in Italia il sindaco viene eletto direttamente. Nei piccoli centri gli elettori indicano il sindaco e un consigliere comunale collegato alla sua lista. Vince chi ottiene più voti. Nelle grandi città è più complicato. Si può sdoppiare il voto. Scegliere il sindaco e indicare un consigliere che appartenga ad un’altra lista. Vince chi ottiene più della metà dei voti. Se ciò non accade si organizza il ballottaggio. Chi vince ottiene in ogni caso il 60% del futuro consiglio comunale. Questo permette di governare con sicurezza. Per l’Italia è un sistema rivoluzionario. Si deve scegliere. Questo rafforza la leadership delle comunità locali. Dà potere a chi è più vicino ai cittadini. Il sistema funziona se si è chiari nel definire i compiti di ciascuno per evitare sovrapposizioni tra livelli di governo. Spesso, sono proprio le autonomie locali a non disporre di risorse necessarie per affermare la propria forza. Il sindaco in Italia può fare ancora poco.
I sindaci hanno un peso politico particolare. Chi viene eletto in grandi città può pensare ad una folgorante ascesa politica. Alcuni sfruttano la propria fama per ottenere consenso. Altri acquistano un potere politico personale tale da proporre liste individuali che aggiungono consensi ai partiti di appartenenza. Rosa Aguilar, alcaldesa di Cordoba dal 2000, ha trasformato la sua città. E’ ora un riferimento nell’attuazione di politiche sociali locali per tutta la Spagna. Mentre all’inizio era sostenuta da una coalizione, è stata rieletta sindaco con i soli voti dell’Izquierda Unida. Ken Livingstone, sindaco di Londra, è stato eletto da indipendente nel 2000 nonostante avesse lasciato i laburisti. Ha acquistato una tale popolarità per la politica di decongestione del centro e per l’opposizione alla guerra in Iraq da ottenere la rielezione nel 2004, sostenuto dal Labour. Bloomberg, sindaco di New York dal 2002, ha sfruttato la sua ricchezza per essere eletto tra i repubblicani. Ha tentato di risollevare la città dopo gli attacchi terroristici aumentando il consenso. Jang Zemin, sindaco di Shanghai fino all’87, è divenuto segretario del Partito Comunista Cinese anche grazie all’inflessibilità dimostrata durante la strage di Piazza Tienanmen. Achille Lauro, ricco armatore, eletto sindaco di Napoli nel ’51, è stato un esempio di populismo e speculazione edilizia tanto da fondare il Partito Monarchico.
Un mondo governato dalle città rende il sindaco protagonista delle comunità. Se alla leadership individuale si uniscono il sostegno di un partito e poteri definiti ed effettivi, il futuro sarà guidato da una rete di sindaci.

Giuseppe Acconcia
2007
http://lacasaorca.altervista.org/sito/Frammenti.html#fra

domenica 3 luglio 2011

Quanto è alto Nero Wolfe?

Quanto è alto Nero Wolfe?

L’unghia che entrava nella carne del mio dito
veniva curata ogni giorno con acqua e sale,
filamenti bianchi lunghi sguazzavano nella piccola conca blu,
la pelle bagnata era libera da un peso, il dito respirava,
ma il liquido giallo fluorescente crostoso
di un intenso odore di cicatrice
ricompariva pochi minuti dopo,

fu in una di quelle notti che avvistammo
il cadavere di un uomo alto, coperto da foglie, sulla salita vicino casa,
sospeso sulla terra con un cappello,
nessun segno di colluttazione,
ma le ferite della pelle, come di Marina de Van,
squarciavano le sue gambe.

Poco prima era stato visto in un bar
senza gabinetto dietro alla stazione di Bologna,
buio, frequentato soprattutto da chi spazza, banconi pieni di pane,
sul fondo il rumore di una diligenza formata da carrozze sconnesse,
aperte e con due passeggeri, insospettabili:
“bread”, cantante dalla faccia sfigurata come fette di pane,
e una donna trafitta da frecce che ne attraversavano la carne senza ucciderla,
entrambi avevano appena assistito alla salita
di una cosca di uomini malfattori alla tavola alta della Mafia.
Pare che l’uomo sia entrato nel bar per pochi minuti
e per due battute azzeccate abbia ottenuto in regalo
una bottiglia di vino della Valpolicella, ancora intatta nelle sue tasche.

Poco prima era stato visto in un retrobottega
mentre amava una donna ninfomane
e veniva travolto dal suo ardore
con il suono di una chitarra
ed una voce impaurita e stentata a vibrare sulle corde,
immersi in un’estasi profonda
sfondarono le doghe del letto
mentre la donna moriva di febbre gialla a trent’anni.

Quella stessa sera fu visto su uno schermo
tra le vie di Ocklahoma City mentre interpretava Rusty James.
I ponti della città diventavano templi.
Padre e figli giocavano su un letto,
coinvolti in un’orgia sublime,
piccoli specchi riflettevano la scena.

Nel pomeriggio fu visto mentre chiedeva lavoro
a vecchi signori che lo scoraggiavano a vivere
mentre lui si sforzava di mostrare perfetto piglio anglosassone,
tradito da vaghi tentennamenti
e dal dubbio che nessun ufficio fosse fatto per lui.

Uno dei vecchi raccontò che quel ragazzo,
“le visiteur du soir” lo chiamò,
aveva il volto di chi strappa le foglie per strada,
che di per sé non vuol dire niente,
ma che lui associava a chi vuole giocare non lavorare,
a chi vuole vivere senza tempo,
“persino la quotidianità precisa dei giornali era forse per lui un’oppressione”,
a chi vorrebbe essere espansivo, ma si ferma per reticenza altrui,
a chi sarebbe morto solo se lo avesse deciso lui stesso.
Evidentemente il vecchio non aveva capito granchè
vista la morte improvvisa dell’uomo.

Attorno a noi la folla cominciava ad arrivare
e le storie più assurde percorrevano le labbra:
una finestra lasciata aperta per trent’anni
avrebbe provocato la morte del giovane
oppure il pugnale amichevole
del fratello di infanzia avrebbe colpito alle spalle.
Da quel giorno, cresceva un bambino
nel mio petto destro. Sentivo formarsi
le prime radici dei suoi nervi duri e la pelle liscia del suo volto.


1,2,3, liberi tutti!, 2007
Giuseppe Acconcia

De pressa

Depressa

Ti deprime la vita?
Ti deprime la morte?
Ti deprime il ricordo
dell’amore che avevi?
O ti sbagli, non ne hai mai avuto?

Sono tutti depressi.

Si vogliono togliere la vita,
non provano gusto a niente,
non sopportano gli altri,
passano ore a leggere annunci.

Sono tutti depressi.

Stravaccati sui divani,
disoccupati,
incapaci,
malati,
non cercano più niente.

Sono tutti depressi.

Ma se il tao dice di trovare il centro nell’inazione?
Ma se la morte per inedia è la linfa dei giaina?
E di tutta la filosofia di Shopenauer e delle Oupanisad?
E la base del principio del Nirvana?

Sono tutti depressi?

No, ci sono persone che
scelgono di vivere da sole,
lontano da tutto,
di fare pochissimo,
di lavorare, leggere un libro o fare un viaggio
per svuotarsi e non per accumulare,
e non per questo sono depresse.

Giuseppe Acconcia,
1,2,3, liberi tutti!, 2007

lunedì 27 giugno 2011

I mostri della notte

I mostri della notte

In principio l’oscurità trasformava ogni cosa,
camminare lungo una strada
o sui bordi del mare,
in un lampo la notte,
la terra gemeva in voci lamentose,
il mare si separava in
milioni di piccole onde,
gli alberi diventavano a forma di
draghi dai lunghi colli,
il vento portava musica di castelli vicini
pieni di armature e lepri arrostite,
l’erba pungeva come tenaglie
di malvagio alchimista,
i versi urlati di civette, gufi e corvi
venivano scambiate per voci di 100 megere,
l’ululato di cani randagi o lupi,
quel continuo abbaiare ansimato,
entrava nelle orecchie, le perforava
e andava diritto allo stomaco, nauseato,
pronto al vomito dopo l’assaggio
di cerchi di funghi giganti.
La leggenda dell’uomo diventato
balena costringeva ad avvertire
sensazioni di trasformazione nel corpo.
La leggenda della donna trasformata
in tempesta faceva temere
le conseguenze di piogge lunghe.
La leggenda del suono di arpa a metà
che ghiacciava terre e destini
faceva tappare le orecchie al passaggio.
Ma che nasceva da tanta paura?
Che buio? Che disperazione?
No, questo vogliono far credere
leggendo le storie di un’epoca antica,
perché il giudizio degli uomini
sull’uomo è tanto implacabile quanto inesatto.
L’età del mistero e della magia
garantiva una vita di voci
di fate e suoni incantati.

Giuseppe Acconcia
1,2,3,liberi tutti!, 2007

lunedì 20 giugno 2011

La technique de la culture gratuite

La technique de la culture gratuite

S’il faut pas payer,
tout le monde est-là.

Tu sais rien de rock?
-Il y a un concert rock gratuit de n’importe qui.
-On y va, alors.
Povero lo squattrinato.

Tu sais rien de penture?
-Il y a un musée gratuit des sculptures de Rodin.
-On y va, alors.
Povero lo squattrinato.

Tu sais rien d’histoire grecque?
-Il y a un cours gratuit de Canfora.
-On y va, alors.
Povero lo squattrinato.

S’il te paye pas,
Tout le monde bosse-là.

Tu sais rien de journalisme?
-Un mois de stage pas payé,
comme ça tu peux apprendre tout,
TOD EINES PRAKTIKANTEN.

Tu sais rien de recherche?
-Trois mois de stage pas payés,
ça te donne l’éxpèrience,
TOD EINES PRAKTIKANTEN.

Tu sais rien de check-in à l’aéroport?
-Trois mois de stage pas payés,
ça changera tout,
TOD EINES PRAKTIKANTEN.

Tu sais pas faire le bagagiste?
-Pour trois mois tu peux vivre
avec les pourboires des américains,
TOD EINES PRAKTIKANTEN.

Dans un monde qui pue les frics
la culture gratuite tues.

Giuseppe Acconcia
1,2,3, liberi tutti!, 2007

sabato 11 giugno 2011

Gli assassini di Limerick

Gli assassini di Limerick

La città all’alba o al tramonto
assicura a stento.
I viali lunghi e in salita
permettono arresti veloci.

Primo volto scavato
di disperazione mica solo apparente,
morto rinato dopo assassinio
applicato.

Secondo volto di donna orribile,
baffi e sorrisi di denti nerastri,
morta o mai nata, assassina
incallita.

Terzo ragazzo, gli occhi minuscoli,
grigie le gote, neri i contorni del viso,
si direbbe morto da poco,
indica il luogo
del suo ultimo crimine.

Piazza incantata di cadaveri
viventi
è il centro di Limerick.

tratto da 1,2,3, liberi tutti!, 2007

sabato 4 giugno 2011

-Birth of the cool . -When do you start living?

-Birth of the cool . -When do you start living?

Miles, se mi ascolti,
non eri quel leader
che volevi far credere
da muto.

Hai il diavolo in corpo

Miles, se mi ascolti,
non eri quel tossico
che volevi far credere,
non volevi morire “in attesa della dose
col cazzo in mano”,
non eri come Bird

Hai il diavolo in corpo

Miles, se mi ascolti,
quante donne hai scopato
senza conoscere amore
e che idea vaga avevi di loro?

Hai il diavolo in corpo

Miles, se mi ascolti,
Henkoch, Jarrett, Williams, Coltrane
tu eri il suono,
ma perché volevi essere pure un “fico”?

Lui ascoltava e rispose:
“Quando inizi a farti di brutto?
Quando inizi a trovare una puttana nuova ogni notte?
Quando inizi a vivere ubriaco?
Quando inizi a vagare per le strade?
Quando inizi a fare soldi?
Quando inizi a fare figli?
Quando inizi a valere per gli altri?
Quando inizi a trattare male tutti?
Quando inizi ad avere tutti intorno e pure tutti sulle palle?
Quando inizi a fottertene della politica, della morte di teatro, musica e filosofia?
Quando inizi a fingere di schifare la vita?
Quando inizi a vivere di avventura?
Quando inizi a chiamare insipido il povero e saporito il ricco?”

Giuseppe Acconcia, 1,2,3, liberi tutti!, 2007

domenica 15 maggio 2011

Non inciampare nei giornali

Sono un mucchio
lì accatastati
tra riviste e giornali.

Sono centinaia di migliaia
formano grattacieli altissimi
raccontano, come si dice, notizie.

Sono carta coperta di inchiostro
distribuita nei piccoli
chioschi aperti all’alba.

Sono pieni di discorsi di nominati giornalisti
i più brillanti, i migliori dei migliori
accozzaglie di parole imprecise.

Sono comunicatori come altri
ma veramente artefatti,
per lo più capaci di parlare
di ogni argomento
senza alcuna conoscenza.

Un’intervista campata in aria,
un fatto nuovo,
un collegamento magistrale
entra in scena il comunicatore
per distorcere quella piccola storia.

Chi come me voleva raccontare,
era affascinato dalle notizie,
metodo infallibile per entusiasmarsi
a qualsiasi cosa,
ma adesso non può far finta di niente.

Non è stato difficile,
è bastato guardare le facce dei chiamati giornalisti,
nessuna serenità, nessuna verità,
ingabbiati loro stessi in cumuli
di parole inutili ed inventate,
ripetute all’infinito, intuizioni errate,
racconti distorti, fatti senza fondamenti
che acquistano ogni giorno potere essenziale.

Guardateli i contabili della scrittura
affaticarsi nei resoconti, nei prospetti, negli schemi,
negli stati patrimoniali,
nelle strutture linguistiche efficaci di comunicazione.

Non farti incantare dall’aria oscura,
dalle cartine ingiallite, dal volto del guru indonesiano
della libreria Odradek, dai vecchi mobili di una cantina, da redazioni postpseudocomuniste,
neppure quelle sono eccezioni,
è la velocità che rovina, la tecnica che ha colpito definitivamente,
senza alcun segnale di ripresa possibile.

Non pensare che gli esteri siano meglio,
se distingui l’uniformità del discorso politico bipolare del tuo paese[1],
allontanandoti da questioni politiche
tendenti monotonamente verso un infinito limite destro,
perché dovresti descrivere altri paesi
solo parlando dei loro altrettanto oligarchici affari politici?
Non pensare che i critici siano meglio,
se hai ben chiaro il vuoto della lettura
tra le righe o tra le immagini
senza vedere le righe e le immagini,
come puoi occuparti di raccontare trame o giudicare?
Non pensare che le cronache locali siano migliori,
gli affannati cronisti del mercato bovario
o dei funerali assassini che
facce toste devono avere per fare domande?

Non voglio denigrarvi,
ma non è necessario sapere le cose che raccontate,
anzi, quasi sempre, le poche verità necessarie sono altrove,
non serve recarsi a quel chiosco
né accendere lo schermo,
consiglio di mille professori.

Non perdiamo altre forze,
per favore, scavalchiamo quei mucchi di giornali.



[1] I conflitti tra i piccoli interessi dell’oligarchia e le grandi necessità delle masse non trovano una risposta positiva in questo sistema democratico. Per questo, i partiti post-comunisti sono delle caricature sia all’opposizione che al governo. In entrambi i casi non influenzano minimamente le scelte politiche dei partiti socialisti o detti di sinistra che incoraggiano il sistema capitalistico sovrapponendosi ai conservatori per strappare loro il governo. Questo rende necessario criticare gli effetti delle libertà borghesi sull’uomo ed un’analisi più libera sui metodi autoritari usati altrove per affermare le necessità della maggioranza.

Tratto da ''1,2,3, liberi tutti!'', 2007
Giuseppe Acconcia

lunedì 2 maggio 2011

Park kulturi

Раяк Кuлтuяі
calchi di ЛИНИН
lasciati e distratti
indicano un parco di sculture
nei pressi della Galleria Тетяүакоν
dall’altro lato del ponte.
Del tutto nascosto,
brividi percorrono
chi passa e vede
caduti tutti i segni
dell’antico potere sovietico.
“La fine della cultura
mediocre del partito!”
– sembra urlare Bréton, il surrealista,
con il volto in frammenti di Filonov.
“Che burocrazia!”
– sembrano ammonire Trotckji,
Zinoviev e Rakovskji
dal ponte.
“Sporchi traditori!”
– sembra borbottare Stalin
ormai steso con testa
all’ingiù e circondato
dai suoi più fedeli compagni.
Il cimitero della dittatura del proletariato,
il cimitero dell’uomo libero,
il cimitero del comunismo in un solo stato.

Quanti busti, falci, martelli,
targhe, ferri di commemorazione,
quanti piedistalli, miniature,
statue di legno, stemmi, simboli,
lasciati in disparte,
raccolti nel Раяк Кuлтuяі,
un cimitero senza cadaveri
che tradisce
una scure caduta sulla Rivoluzione d’ottobre.
Ma il governo provvisorio di Kerensky
otterrà un nuovo ben servito

Fara editore 2008
Giudizio universale 2011

sabato 30 aprile 2011

La genziana


La genziana del vecchio abruzzese malato è così aspra, forte marcia, acida, sporca, pestifera, merdosa, squallida, liscia, chiara, giallognola, viscida, collerica, scrupolosa, forte, intransigente, amara, orribile, infuocata, incendiaria.
La genziana del vecchio abruzzese malato, chiusa in bottiglie senza nome, è così scivolosa, disgustosa, vomitevole, killer, frenetica, algida, elettrica, radicale, estrema, povera, ricca, folle, piromane.


Giuseppe Acconcia
tratto da: 1,2,3 liberi tutti!, 2007
Giudizio universale, 2011

venerdì 29 aprile 2011

Le luci di Belgrado

Quel colore di sole
che ricorda la terra, ma
non quella coltivata,
penso piuttosto alla mai
toccata da piede di uomo,
sabbia indurita, suolo di Marte.

La luce di Belgrado
è di polvere gialla,
stesa sulle strade, lungo i tranvai,
tra negozi, baracche e alberi verdi
conformi ai suoi raggi.

La luce di Belgrado
è negli occhi segnati
di uomini e donne per strada,
sono sguardi di altro pianeta
sembrano fissi, immobili, spenti
senza riflessi o bagliori improvvisi,
sono di terra mai coltivata e
di polvere lasciata.

Le luci di Belgrado
sono ad Ada Ciganljia
la Sava incontra il Danubio,
gialla-verde-marrone,
macchiata di terra, di polvere, di luce del sole,
a lungo guardata da occhi immobili tanto da
darle un nuovo colore,
formaggio di burek o zuppa di pesce,
barconi sul fiume,
pelle gitana come jelen pivo.

Giuseppe Acconcia 
Tratto da 1,2,3 liberi tutti!, 2007
Fara editore, 2008

giovedì 28 aprile 2011

Tedioterapia

Vincent Van Gogh, Uomo anziano nel dispiacere, 1890

È importante che tu capisca o che io dica? L’importante, ti dico, è che mio padre sia fiero di me! Quindi l’ultima cosa da fare sarebbe scrivere. O dire? Comunque se potessi fare senza parlare sarebbe meglio per lui e per i vostri occhi, di certo non per me. Pace alle orecchie di quelli che ascoltano nella remota possibilità che queste parole vuote possano acquisire un giorno energia acustica. Ogni cosa che mi circonda ha degli ordini ben precisi. Un tempo avevo molte più risposte adesso, per paradosso o per diretta conseguenza, per una crescita incessante molte più domande. Non so se basti agire più meticolosamente o saltare in fretta concetti che a colpo d’occhio non destano interesse. Sarei molto più disinvolto ma mi crederei molto più goffo.
Per aver detto un giorno «Mi sento di dire!», ingenuo e impaurito, ho preferito balbettare e forse parlare un po’ di meno con me stesso. Non so se era un gioco o un assedio ma oggi parlo di meno con me; sicuramente non mi inoltro per strade che un tempo correvo disinvolto. Mi sembra armai non più un percorso di crescita piuttosto una fuga.

tedioterapia, 6 aprile 2011

Giovanni Acconcia

La metropolitana di Mosca

 

Un vecchio, chino in piedi sbronzo, è la prima figura che incontro sul pianerottolo. Solo un cenno di saluto. E poi, sotto i passaggi delle cinque autostrade del centro.
Quei lunghi corridoi finiscono nei mari dei clandestini, nei sotterranei delle montagne abitati da rifugiati, nelle linee degli aerei internazionali occupate dagli espulsi.
Le fermate sono strade colme di gente che attende all’ingresso di bocche-sesami all’inizio chiuse da inferriate implacabili alla fine aperte già dentro vetture.
Kitay –Gorod mi fermo e aspetto quel cerchio immaginario collega i 56 incroci:
punti d’incontro o sotterranei intricati o labirinti di scale profondissime.
L’incontro duro è a Biblioteca Lenina, i quattro percorsi intersecano vie agitate
Mayakoskaya prepara all’ingresso in città tra larghi viali, statue giganti e autostrade tangenti
Pushkinkaya
Teatralnaya
Lascio la 3 prendo la 1
Kurskaya
Izmailovskaya
Quei fusti di contadini kolchoziani
imbracciano fucili, aspettano riscatto,
una lacrima scorre
da quegli scarabocchi
scende dai volti
attraversa i nasi
i baffi e le bocche
giù per i colli
lungo le vesti, le gambe e i fucili
salta dai piedi
scorre sulle lunghissime scale mobili
attende l’apertura delle porte
sale in vettura
viaggia a ritroso
lascia la 3
prende la1
fino a Park Kulturi
scorri non ti fermare
scorri lacrima scorri
esci anche tu in questa città
e guardala bene
è piena di te,
di gente delusa.
Quel vecchio mi aspetta di notte nella stessa posizione.

Tratto da 1,2,3 liberi tutti!, 2007
Giudizio universale, 2010

martedì 19 aprile 2011

Il carciofo arrostito dalla rabbia




Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, 1885, Museo Van Gogh


È una vita che i carciofi mi perseguitano. Perché piuttosto che carciofo in sé non apprezzo qualcosa che del loro definito sapore non può affrancarli. Pensandoci bene non è il sapore che mi dà ribrezzo perché sono ormai vent’anni che qualcuno non osa propormeli cotti nel modo più invadente: in umido per la pasta. Non ricordo più che orrendo sapore abbiano. Solo a sentirne l’odore propagarsi per casa porta dopo porta, la mente ricorda disgusto e lo stomaco risente frenesia. È nausea. Come facciano a dire che si tratti di un fiore? Forse è proprio per questo che nessuno dovrebbe mangiarne. Quali altri fiori mangiano con così tanta soddisfazione nelle tavole festive forse da sempre?
Però devo dire che limitatamente alle foglie, senza attentare al cuore molle e premasticato, quello arrostito per mio stupore, riesce un po’ alla volta a convincermi. Però è qui che dimostro di averla vinta sul carciofo. Fuoco e fumo lo dissacrano, lo soffocano, lo purificano. Forse mi illudo ma mi sento quasi fiero a mostrare a mia madre la mia necrofilia. Se fosse per me non combatterei contro di lui, contro la sua diffusione, recludendone l’uso ai soli venerdì quaresimali, quando l’apnea mi risparmia il vomito. Non vorrei privare altri delle sue proprietà anche se, in fin dei conti, trascurabili. Potrebbe essere il carciofo a volermi annientare. Mi allontana dalle tavole, mi isola, mi innervosisce, mi irrita e mi indispone. Sono intrattabile alla presenza del suo fetore. Ma comunque un po’ lo voglio bene perché ha caratterizzato la mia infanzia, mi riporta agli occhi la cucina di casa mia dove si sono consumate lotte e risa senza censura alcuna. Magari tutte le altre cose così inermi mi stimolassero a tal punto!

Giovanni Acconcia
18 aprile 2011

domenica 17 aprile 2011

Non c'è più nulla da vedere

Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, 1890 Museo Puskin

Voglia, bisogno e attenzione. Le tradisce il ciarlatano che non ha mai visto con i propri occhi ciò di cui parla. Strumento senz’anima per persuadere l’interlocutore con un’atmosfera viziata dalla consapevole determinazione di fregare l’ingenuità. Quest’ultima è soltanto causata da un’attenzione insufficiente. Il povero, il benestante e il ciarlatano non pongono limiti alla dignità, perdono l’indignazione. Fino a consentire a un contadino di annuire alla duplice affermazione: «Beh, l’educazione è la prima cosa, ma quando manca la vergogna è peggio!». Quando non c’è sintonia con l’ambiente circostante si tradisce certo l’armonia ma comunque non basterebbe a sopperire la mancanza di scuorno!!! È vergogna o semplicemente equilibrio? Troppo facile sarebbe definirla soltanto: buon senso. È un’incontrollata disperazione quella generata dal disprezzo del contegno.  Il contegno, un tempo così caro alle parole, trova ora, momentaneo apice, probabilmente ultimo, derisione sfrenata, implicita nei fatti. Non c’è necessità di spiegare, ripetere con dettagli suggestivi, raccontare. È così evidente da trovare sicuro nascondiglio dietro una faccia tirata, liscia, restaurata per l’alchimia. Quindi una cosa di per sé ingenua!
Ma se l’alchimia non è altro che chimica allora rimane solo lo stregone! E siamo stregati, impassibili, consapevoli e impotenti, in balia della direzione di certo ostinata e di certo contraria al pudore. Per puttane e rattosi non serve tirare il carro basta ballare e perdersi in una sfrenata miscela di voglie. 
E il bisogno? Certo non vuole più essere condiviso; del resto non è mai stato unico. Sin dalla nascita possiede una forza interna dilaniante che vuole suddividerlo in una variegata scelta di -benesseri individuali- e illusioni collettive.

Voglia, attenzione e bisogno sono tre requisiti intercambiabili ma esclusivi per affrontare qualsiasi questione seppur piccola. Dal più lontano dei ricordi le ho viste di rado esercitarle assieme nella mia vita. Non riesco a capire se, almeno un volta, io stesso l'abbia fatto. Di certo vi assicuro che in qualche misura temo lo scuorno! Seppi della loro esistenza imparando per tre anni da un professore nella mia lontana adolescenza nocerina. E non mi sono mai chiesto per chi votasse.

Giovanni Acconcia
Non c’è più nulla da vedere, 6 aprile 2011

Telefono pubblico



Per le strade sembravano scomparsi. Di certo diminuiti. Ma scomparsi poiché, quasi sempre, se ancora in funzione, non accettavano monete. Rifiutare un cellulare. Comunicare dal telefono pubblico. Usare le monete. Impossibile. Guardavo la cabina. Luogo triste, anonimo. Telefoni rotti. Non funzionavano con le monete. Nessuno. Andavo più avanti, giravo in fondo poi la piazza, lungo il marciapiede, nel piccolo caffè all’angolo. Disperavo dell’errore di non aver quell’oggetto che permetteva a tutti di svegliarsi, di chiamare, di fotografare. Fissavo il telefono pubblico. Solo, mai frequentato, una luce, una scritta, un buco per le monete in alto, una fessura per le tessere in basso, una cornetta spesso penzolante. Non c’era la cabina, non importava, se avesse piovuto, un piccolo archetto di plastica avrebbe protetto. Restai lì qualche ora. Giunse una vecchia. Un po’ trasandata, un cappello sgangherato, mani doppie, unghie grosse, ricci biondi ma sbiaditi fuori, bianca, bianchissima, strati di vestiti e cappotti. Prese la cornetta la sbattè sul telefono. La sbattè di nuovo. Lo colpì da un lato, lo colpì dall’altro. Aspettava. Prese di nuovo la cornetta, premette ogni pulsante. Colpì il buco, colpì la fessura. Aspettava. Frugava nel foro in basso. Niente monete. Ritentò. Alcuni guardavano il telefono schifati, sembravano pensare che quell’azione fosse una sorta di lavoro compiuto dalla donna. Come se quest’ultima passasse tutta la sua giornata colpendo telefoni, tentando di trovare quelle monete lasciate o incastrate nel ricevitore per arrotondare gli spiccioli raccolti in altri luoghi. La donna andò via, sconsolata, lasciava tra gli sguardi di accusa la cornetta penzolare. Restai fermo, ormai nessuna possibilità di telefonare sembrava possibile. Giunse un’altra donna. Questa volta vestita meglio ma folle. La sua follia si avvertiva dalle mani, dal modo intermittente in cui le muoveva, i capelli ben sistemati, grassa al punto giusto, un vestitino attillato, sgualcito da qualche giorno. Con fare circospetto la vecchia prese un ferretto dalla borsa che teneva in mano. Lo guardò, lo lucidò. Lo infilò nel buco per le monete. Spingeva, spingeva, spingeva. Cercava in ogni modo di far entrare quell’uncino nella fessura. Una volta dentro rovistava a destra e sinistra, lo infilava più che poteva. Questa volta le persone non sembravano attratte dall’azione poiché era meno evidente, meno rumorosa, professionale. La vecchia sentì qualcosa. Contenta diede l’ultima spinta al ferretto, quella decisiva. Si sentì nello stesso momento una moneta cadere nel foro in basso. Lei la prese senza curarsi della placca di metallo protettiva. Aveva guadagnato pochi centesimi ma il volto era felice.
Quel telefono mi spaventava, non lo frequentava più nessuno. Me ne stupivo, non avrei dovuto. Pensavo a quanto fosse facile per gli altri premere un pulsante e chiamare chi volevano, quando volevano. Quel telefono pubblico serviva ora solo a vecchie donne senza un soldo o a barboni per dormire, se fossero state cabine. Fu così che decisi di comprare un cellulare.

La Casa Orca, Fara editore, Giudizio universale
Tratto da Un inverno di due giorni e altri racconti, 2007

mercoledì 6 aprile 2011

Il testamento di Scrivo


Vincent Van Gogh, La Meridiana, 1889-90, Musée d'Orsay
Manco di spunti. Certo non di idee, ma di riferimenti, insomma di quello per cui alcuni ritengono che non sia degno né del loro tempo né del tempo di chi mi sta scrivendo, più o meno libero, disponibile. Sono una rivisitazione di tutto quel materiale perduto, di tutto quel “tempo perso”, quasi un religioso ricordo, un sentito tributo a ciò per cui una mente si è arrovellata; ciò che ha dato un’illusione di autonomia a quella mente. Le nozioni giungono all’attenzione, l’affascinano e fuggono via lasciando qualche traccia imprecisa nei ragionamenti; il pane che un forno sempre acceso produce, pane che non sfamerà nessuno, o che probabilmente un tempo farà parte, a un livello invisibile alla coscienza, della vita del fornaio. Egli stesso che produce cibo non avverte beneficio da questo. Maneggia e rimpasta la natura per ottenere solo dubbi e indecisione.
Sto per essere scritto sulle lapidi di innumerevoli tombe in un enorme cimitero, come quelli delle grandi città, una città di idee morte (per quanto le idee possano morire).
Come se fossi la segnaletica di questo luogo do enfasi a grossi ragionamenti, farraginosi meccanismi affascinanti e degna dimensione a piccole intuizioni.
Un cimitero sterminato, costruito dal tempo incessante e dall’incostanza dell’attenzione. Un luogo pieno di rimpianti, un posto con tanta “vita”, ma una sola mente (o meglio, ogni mente potrebbe averne uno) che lo visita, che gli offre manutenzione e lo amplia.
Proprio per le sue dimensioni, a vederne una panoramica bidimensionale si ha l’impressione di essere davanti ad un videogame rudimentale con un grosso campo di azione ed una piccola fiaccola che, come una pedina, percorre i solchi dei viali.
A volte con ingenuità la fiamma tenta di ricordarsi una scia che la distrazione soffia.
Vi è un particolare insolito per un cimitero. Anche se, come anime andate via, le idee hanno rappresentazione aurea e spenta allo stesso tempo, insomma sono ricche di immaginazione, possono risuscitare in un attimo e suggerire alla fiaccola strane idee. Le soffiano dentro. Si ritiene che la fiaccola, la mente, non decida di muoversi di propria volontà, ma sia rinvigorita dalle anime riemerse e mossa dai nessi che le uniscono. Un rapporto alquanto strano quello tra le anime/idee e la mente. Altre volte con ingenua bontà, altre con sana malizia, altre con pigre arrese, le anime la invaghiscono, la catturano e la alternano come in una spirale dionisiaca. La fiaccola salta da una tomba all’altra, avanti e indietro, senza nessuna logica per gli spettatori dello schermo, che per proprio gusto romantico vogliono vedere nell’amore lo stimolo vitale di quella strana dimensione.
L’amore per le idee, il fascino di queste, l’ingenuità della mente che riceve vita e dà  vita con l’attenzione che è in grado di offrire.
Questa realtà è ben articolata, ben definita, molto suggestiva. Il cimitero/labirinto, il cimitero/alcova nella sua struttura risente delle leggi della natura. Zone di questo, inesplorate da tempo, quasi abbandonate, magari riviste solo di sfuggita mostrano i segni dell’indifferenza.
Il cimitero, anche se caotico perché enorme, gode di una precisa, ma quasi mai utilizzata, divisione.
Vi sono varie aree, vari piani. Un esempio è la zona delle intuizioni, la preferita dalla fiaccola, un atro è quello dell’area dei ragionamenti, con grossi mausolei e iscrizioni di ogni genere; ancora abbiamo il settore delle nozioni, il più antico del cimitero. Infatti mentre la gran parte delle intuizioni, dei ragionamenti e delle altre aree è successiva alla nascita della mente dell’autore, questa è stata sempre lì, si è ingrandita autonomamente senza manutenzione. È senza dubbio la più inesplorata a causa della pigrizia di alcuni ragionamenti e della complicità della mente. Troppo vasta da scoraggiare i più audaci spunti esplorativi. A questo era il rimando introduttivo, la mancanza di riferimenti culturali, altisonanti che posso offrirvi. È stata la compiacenza dell’autore della propria mediocrità a deferire alla sola inventiva le responsabilità di un testo nato dall’incertezza e dall’incompletezza determinata dalla compiacenza di prima.
La mente desidererebbe esser edotta, ma lo sforzo e l’impegno richiesti la scoraggiano a l’hanno scoraggiata più volte. Il compenso finale sarebbe nulla di più che un rapporto incompleto tra conoscenza e caso personale.
Poi vi è una forma della mente, una incidenza non indifferente che pare render vani i migliori propositi: l’inaffidabilità della memoria. Proprio per questo processo nozioni già assimilate sembrano scomparire. Non è dimenticata tanto la nozione, ma la localizzazione di questa. (Quante volte giunge quella fastidiosa sensazione di sapere, di aver saputo quella cosa?)
Questo condanna la mente alla mediocrità: la fiaccola troppo flebile, il tempo insufficiente per vivere l’intera esistenza certa nel cimitero/giardino delle idee.
Le nozioni chiamano, le intuizioni affascinano, i ragionamenti attirano, …, la mediocrità ci affligge.
Senza coreografia la fiammella danza in involuzioni imprecise in traiettorie colme di dubbi.

Il cimitero delle idee, 11 luglio 2005
Giovanni Acconcia

domenica 3 aprile 2011

LA FARSA (testo breve di Stefano Lazzaro)

Era arrivata la festa e bisognava festeggiare.
La festa era il giorno in cui il Paese diventava un paesello. Pareva che si conoscessero tutti. Tutti  con le vertigini per il tanto volteggiare stringendo mani a destra a manca. Tutti a sorridere come pupi strafatti di stanchezza ai quali cade la testa all'indietro sul seggiolone mentre ancora singhiozzano risate con un'espressione ebete provocata dalle smorfie di uno zio scemo.
Il giorno della festa gli imbecilli, quelli che alle celebrazioni ci credevano davvero, diventavano intrattenitori e rigurgitavano frasi fatte a getto continuo sugli spettatori; una melma di retorica penosa alla quale si doveva rispondere con applausi automotivanti.
Il giorno della festa si credeva tutti. Si credeva con convinzione. Ma, soprattutto, si faceva sfoggio di convinta credenza nei valori.
Era un giorno speciale quello della festa. Le celebrazioni ripristinavano l'unità metafisica dell'accozzaglia umana che vi partecipava. La storia si tramutava in romanzo epico. I ricordi si scioglievano in un amalgama di memorie fittizie plasmate da un presente sempre diverso che a tutti, anno dopo anno, sembrava tuttavia sempre uguale a sé stesso.
Il tempo della festa era un tempo mitologico in cui passato presente e futuro si fondevano nell'eterno.
Un'eternità transeunte che non durava neppure il momento di un brindisi.
Tranne per gli imbecilli che ci credevano veramente.

Stefano Lazzaro
03/06/2010

sabato 2 aprile 2011

Spazio interno-spazio esterno

Entro in una casa grande, con scale, balconi, stanze, finestre, posso stendermi in posti vari, percorrere metri e metri avanti e indietro, salire, scendere. Sento lo spazio appartenermi. Questa estensione però mi rimpicciolisce. Mi spoglia, mi svuota. Io mi trasformo in questa casa. E divento immobile. Mi sento forte, potente, ricco, senza nessuna necessità di riscatto nel denaro. Un luogo così esteso è circondato da pianura e montagne basse che avvolgono in abbracci simulati ma avvertibili, non c’è rifugio fuori da queste mura. Io-casa non ho alcun motivo di muovermi, posso fare tutto dentro, mangiare, dormire, trovare cibo, leggere, guardare, parlare, scrivere, piangere, pensare e capire. Carattere espanso lungo scale, giardini, alberi, finestre e anche schermi, computer, poster, fotografie. Riconosco ogni piccolo angolo, ogni tasto di quel piano, ogni segno sulle mie mura. I giorni trascorsi scapicollandomi tra gli scalini per costruire carri carnevaleschi da un piano all’altro. Le sedie disposte nei corridoi per rendere gradevole al pubblico astante piccole sceneggiate di bambini. Le ore trascorse rincorrendo parenti ed amici per chiudere quella porta a chiave e restare giorni senza aprirla. Urla che ancora rimbombano tra i marmi dei miei gradini saliti con foga o saltati di fretta. Salite lente con le braccia di vecchi fantasmi tenuti con forza. I pigolii di uccelli caduti nel camino. Cimici, scerpole, topi che corrono per nascondersi. La comodità di quel letto che non vorrei mai lasciare perché possiede un materasso profondo che mi inabissa in un mondo onirico, mi teletrasporta su un piano dall’estensione incalcolabile e, se mi addormento di sguincio, incommensurabile rispetto al mio lato sinistro. I calzini lunghissimi pieni di cioccolata, tavolate seguenti la discesa nella tomba, le costose opere di amici falegnami e muratori. Le mura abbattute, gli angoli riempiti da oggetti trovati un po’ dovunque o estorti con insistenza o prestati da chissachi. Il pavimento che ha raccolto la caduta, le bancarelle preparate sul mio confine, le minuscole bici. I pesci che sguazzano nelle acque come colori di mari caraibici, morti uno dopo l’altro, annegati nelle mie acque profonde.

Entro in un piccolo appartamento, tre stanze, una cucina minuscola, un bagno. C’è così poco spazio che mi rifiuto di muovermi. Mi siedo. Penso. Sono costretto ad uscire. Mi sento debole, impotente, povero, con un enorme necessità di riscatto. Per fortuna fuori c’è una grande città di strade larghe, costruzioni antiche, luce intensa, fiumi, isole, strade strette e labirintiche case ottocentesche. Sento la città appartenermi. Io mi trasformo in questa città e divento via. Io-città non ho alcun motivo di stare fermo, posso fare tutto fuori, conoscere, confrontarmi, trovare cibo, volti, suoni, sapori. Mi ingrandisco, capace di muovermi, di percorrere chilometri e chilometri, di parlare con la gente, di ridere, di divertirmi, di cercare. E’ come se una casa non ce l’avessi più. Quel minuscolo luogo dove dormo neppure lo considero poiché è per strada che sento me. Echeggiano in me le urla nelle case di uomini e donne trasformati, resi mostri dalla vita insieme, incapaci di trattenere qualsiasi emozione pur di uccidere il pensiero dell’altro, aggressivi tormentati, pronti a negare tutto, a tarpare iniziative, nessuna accoglienza, “per carità”. I canti nella notte e all’alba protratti nei miei parchi pubblici senza cancelli. Piccole chiese medievali, campagne dietro le mura, resti di archeologia vivibile, piazze costruite su magiche vestigia circondate da migliaia di gatti. Mattatoi, gasometri, ponti e barconi umidi, corrosi dalla palude di un fiume da tenere lontano. Mari preceduti da chiazze di verde popolate da uomini e donne nudi. Luoghi di lavoro dove tutti si affaccendano per guadagnare denaro. Piccoli rustici costosissimi da mangiare all’in piedi “per sgranchirsi le gambe”. Poco profonde piscine, Roma ’70, dove nuotare senza sosta, portare fuori la testa e guardare quel tetto di lamiere colorate. Scuole dove tanti ragazzi cercano di capire dove si trovano. Alte statue di gesso delle aule labirintiche delle mie Università. “Angelo Mai’s Orchestra”. Cantine trasformate in cinema. Le sfilate di vesti ecclesiali e affreschi disintegrati. Scenografie pronte. Piccole strade con nomi di provincia che conducono nei miei quartieri dai palazzi più alti e abitati soprattutto di notte. Stazioni ed aeroporti dove passo la notte, assisto ai pestaggi di androidi disumani e da dove parto.

Giuseppe Acconcia
1,2,3 liberi tutti! 2007

martedì 29 marzo 2011

88, Qasr Al Aini

I arrived in Cairo by night and a friend came to pick me up at the airport. I lived with him for a few days on Hoda Sharaawy Street, looking for a flat. He showed me how to deal with taxi drivers, how to catch microbuses. With him I tried my first fuul, aubergines, potatoes and sugarcane juice.
Pelle came to Egypt three years ago. He speaks Arabic fluently. He took me into small alleyways and through tangled paths amid the tall buildings of Cairo. Every sentence, gesture, expression of Pelle's looked spontaneous. Everything in the city looked surreal to him. Everything I knew at that time about this infernal city I had learned from him. Above all I could feel the peace in the middle of that mess: how tiny paradises were hidden in that hell of cars that hinder men.
I started looking for a flat with him, too. The first time we went to Agouza, where he used to live. Once there, I felt lost. The place seemed eerie, I didn't have any reference point. I felt alone and far from anything I knew. Pelle asked the Saidi doorkeeper of his building about a certain flat. This old man, dressed in a long dark galabeya, had deep wrinkles due to his old age. He was very kind with me and he showed me the home of the teacher living on Pelle's upper floor. Unfortunately he didn't know the day when the flat would be available. One evening the Saidi offered me a cigarette. I refused but he said, according to Pelle's translation: "None of this in the Saidis' kingdom".
I accepted a cigarette and I smoked it. His semsar (housing agent) friend, Mohammad, who used to sit all day in a cafeteria, took us to old and dilapidated flats. He used to complain about a continuous rise in rents that had reached vertiginous sums within a few months. We were searching in a central area, full of foreigners, especially Sudanese, ready to pay huge amounts, but Mohammad could not believe how a flat for LE500 per month could go for LE1,500 one month later. We visited a yellow building in Abdeen, in the middle of the rubble of near-by buildings and the loudspeakers of a mosque. Here a woman showed us a flat: filthy walls, broken chairs, split-up windows, not bad. Waiting for the keys, we visited the upper floor where 15 Russians used to live. They went out to attend the Orthodox Christmas mass. While they were passing I noticed red hand prints on the staircases' walls: signs of the Eid of Sacrifice.
In one flat, Pelle told me, used to live an Italian girl. When she came back to Egypt from holidays, she found the lock had been replaced; a French guy was living at her place. No sign of her stuff, but she recovered some of it after a trial. The owner tore the contract, saying: "Words matter more than documents". Pelle, viewing my astonished expression, said, "But you could take the Perrin's flat".
I didn't know much about this French girl, only that she had had a serious accident. Disappointed, I decided to try responding to foreigners' announcements. I went to Dokki, where two German guys were living in a skyscraper. Later I visited the flat in 88 Kasr Al Aini Street. I liked that flat from the beginning but I couldn't afford the rent alone. So I had to look for flatmates. That same day, the French girl informed everybody by e-mail that she could not come back: her pelvis was shattered by a microbus while she was crossing the street.
So I visited her small flat. The price was LE1,700. Good light was came through the windows. The building was located at the corner of Mohammed Farid and Mohammed Mahmoud streets. The smell of subsidised bread came up through the staircase. That alley was very dull. The doorkeeper had a inquiring glance, seated on a plastic chair in front of a carpenter's workshop. Here and there a tiny electrician, a grocer, a tailor and a fuul seller came out. A group of old men would play cards outside a garage, near a small gym. There was a tiny cafeteria each side of the street, a laundry service, a mechanic, a juice seller. Cars stopped suddenly; stray dogs and weasels turned around.
I kept open all three possibilities. The teacher's flat fell through because of her uncertainty regarding the date of her departure. I might accept the 88 Kasr Al-Aini flat with the German boy. Finally, I went for the flat of the accident.
But how did I find the Kasr Al Aini flat? And why did I refuse to live in it? Kasr Al-Aini shares the districts of Garden City, Mounira and the popular area of Sayeda Zeinab. It is so crowded that the noise of horns and people's nerves are felt by pedestrians. There is continual coming and going of young foreigners: feasts, music, the attitude of young people looking so impressive to Egyptians when they realize how such joy is unavailable to them. Indeed, while the old doorkeeper of their building questions every person who enters, asking who is he and where is he going, in the Kasr Al-Aini building the coming and going is continuous, day and night, unchecked.
On one January night I was waiting for a woman at the main door of No. 88, while a blond boy stood aside, near a juice seller. Mrs. Mona was looking for new tenants on the third floor. Her home was big and ancient but only foreigners, such as rich Saudi Arabians or Arabs from the Emirates, could afford the LE3,000-3,500 rent. This middle- aged woman with long hair had rarely visited that home, available only for rent. She passed it off as brand-new and stated that a Spanish woman, who had lived there before, used to pay LE3,500 by herself.
In a meeting at the French Institute of Culture of Mounira, near No. 88, I glanced at a girl. She understood that I was looking for a flat and before talking, she handed me a scrap of paper with the number of Mona, the owner of her upper flat where she had been living with a Canadian. The next Sunday at No. 88, Mona arrived by jeep, parked it near a petrol station. I was already there, waiting in a near-by cafeteria with my friend Pelle. The flat was open. We entered.
A woman was cleaning the rooms and an electrician was repairing cables. The flat appeared in the sunlight in its colonial guise, wooded with ancient doors, white windows, a small hall, another one with old sofas and a small balcony, a sitting room with a long wooden table and ancient furniture, two rooms with two beds, another balcony, a bathroom and a half, and a kitchen. It seemed that those walls could talk, tell stories of feasts, dances, meetings. A dim light penetrated from the windows and cleared the colours.
My friend Pelle, called khawaga by the attendant, was speaking in Arabic with Mona, though not about the rent. I was waiting for the arrival of a possible English flatmate. The Englishman, short and blond, arrived after a short delay. He visited the flat, but when he was about to sign the contract, he asked for a private chat with me: "My woman lives upstairs and her flat is so similar to this one that the idea of living here bothers me. I'm sorry, you may think I'm crazy, but I would rather quit."
I did not expect that and said to Mona that everything would start again from the beginning. She gave some extra time. A few minutes later, a German girl arrived. I wrote an announcement on a list on the internet that brings together Cairo's foreigners. The German girl, breathless, visited the flat.
She gave her verdict with a glance: "Everything is false. They painted it but it's old. It's a swindle, have you seen the toilet, the old kitchen? How cold it is!" Pelle, impressed by the words of the German, said: "Look at the shutters, but don't worry!" However, to my eyes that place had a special charm; it looked like it belonged to the past. The German girl would not consider that. Therefore, I asked for extra time to look for a new flatmate. A few evenings later, I returned with a German boy. Mona came over with the keys. The German found the flat amazing and we decided to rent it together. Some evenings later, people continued flowing into No. 88, foreigners with their black bags full of alcoholic drinks. The street was full of the laughter of long-haired girls. During a feast, the German told everyone how he had found the flat and what a bizarre Italian he had met.
"At the first meeting," he was saying, "we were just talking about life in Cairo and my need to learn English. I had visited the flat with him and had decided to take it. However, a day later the Italian called me to retract. When we met, the Italian told me that he had found two cheaper flats. And he left all three possibilities open until the last minute, as every good Egyptian should. The first was on Hoda Sharaawy in the building of a friend. The second in Abdeen, left empty by a woman involved in an accident. In order to compensate for changing his mind, he showed me the small and dark flat in Hoda Sharaawy, a hole where a blond and curly- haired teacher used to live. This flat could be shared for a cheaper price. But I could never accept it, I longed for a romantic and ancient 'colonial' home on the Kasr Al-Aini. I easily found an American and later, during a football match, a Palermitan with whom to share it".
This was my first weak in Cairo as a foreigner. After years, I'd like to swear at Italians who pointed me to the flat I finally chose in Abdeen, at the water pump that had to be turned on, at the rough and mean owner living in the same building, at the doorkeeper who controls night and day the coming and going, at the staircase full of cats, bones, plastics, dirty as a continuation of the alley, at the dust, at the heat that makes the nights so oppressive.

Giuseppe Acconcia
agosto/2010
Al Ahram