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sabato 10 agosto 2013

Palestina, Esecuzioni mirate



DOVE È LA PACE

Palestina • Lo storico israeliano Ilan Pappè al manifesto: «L’accordo tra Hamas e Netanyahu è fragile, le incognite sono la nuova Siria e il nuovo Egitto»


ESECUZIONI MIRATE
Uccisi tre giornalisti palestinesi. B’tselem: «Siamo in pericolo»


Giuseppe Acconcia
«Nonostante la tregua, siamo terrorizzati su quello che può accadere nelle prossime ore alla popolazione palestinese», è quanto dichiara in un’intervista al manifesto, Yael Stein, il direttore del dipartimento ricerca dell’istituto israeliano d’informazione e centro per i diritti umani, B’tselem. «E se l’embargo su Gaza prosegue, i cittadini della Striscia non potranno continuare a lavorare e la mobilità con la Cisgiordania non sarà garantita. Per questo chiediamo la fine dell’assedio di Gaza», prosegue Stein.
D’altra parte, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha salutato positivamente il cessate il fuoco entrato in vigore tra Israele e i gruppi palestinesi, Hamas e Jihad islamica.Ma più in generale, in merito al tentativo del presidente dell’Anp di promuovere il dialogo tra le due fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, la ricercatrice assicura che «la priorità in questo momento è la fine del conflitto e l’allentamento del blocco di Gaza. Secondo Hamas, bombardare Israele è un atto legale per arrivare al riconoscimento della legittimità dei suoi obiettivi. Noi crediamo che si possa arrivare ad una soluzione della crisi senza uccidere civili», prosegue la ricercatrice di B’tselem.
Anche il segretario generale delle Nazioni unite, Ban ki-Moon, ha detto di voler appoggiare il tentativo di Abu Mazen. Dal canto suo, nel festeggiare l’annuncio della tregua, il leader di Hamas, Khaled Meshal, ha assicurato che Israele ha fallito i suoi obiettivi, di interpretare la volontà del popolo palestinese con azioni di resistenza contro gli attacchi israeliani e ha chiesto la fine dell’embargo su Gaza. Ma qual è stata la reazione della Cisgiordania agli attacchi a Gaza? «In questi giorni in Cisgiordania ci sono state continue manifestazioni contro gli attacchi israeliani», ricorda Yael Stein, in riferimento alle manifestazioni di piazza al-Manara a Ramallah avute luogo anche ieri contro l’uso massiccio della forza voluto da Israele. «Il nostro primo motivo di preoccupazione riguarda il numero di civili palestinesi che muoiono ogni giorno negli scontri. Questi dati sono impressionanti e aumentano costantemente a prescindere dall’attacco israeliano in corso».
Secondo un report realizzato da Phan Nguyen, ricercatore dell’istituto indipendente con sede a Washington, Jadaliyya, i numeri dietro il lancio di missili da parte di Hamas, forniti da Israele sono completamente fuorvianti. Nell’articolo si cita il periodo che va tra il 2006 e il 2011. In quel caso, gli israeliani rimaste vittima di missili palestinesi vanno da nove a quindici per anno, mentre i dati forniti dall’esercito israeliano sono molto più alti. «Il tasso di uccisione dei lanci da Gaza è pari allo 0,2%. L’esercito israeliano trucca e esagera i numeri», si legge in conclusione del report. Come se non bastasse, nel mirino degli attacchi israeliani su Gaza ci sono anche i giornalisti. Nei giorni scorsi, sono stati uccisi nei raid due cameraman della tv Al Aqsa, gestita da Hamas, e un reporter di una radio privata. I cameraman sono morti in prossimità dell'ospedale al-Shifa di Gaza, mentre si recavano lì per realizzare un servizio. Un appello urgente per la protezione dei giornalisti è stato indirizzato ad Israele e all'Autorità palestinese dall'Associazione della Stampa estera (Fpa), dopo che nei giorni scorsi le sedi di diverse redazioni a Gaza hanno avvertito esplosioni ravvicinate. «Negli ultimi giorni Israele ha colpito alcuni edifici che ospitano organizzazioni stampa internazionali, mentre miliziani palestinesi hanno sparato razzi da postazioni vicine», si legge nel documento della Fpa.


Il Manifesto
Internazionale, Dove è la pace, pag.3
giovedì 22 novembre 2012

Mani, 21.11.12, Gaza Egitto, I mediatori pensavano di avere l'accordo in tasca



SENZA DIFESA

Tregua • Hamas e Egitto la annunciano, Israele frena. Ma l’intesa non c’è ancora. Hillary Clinton arriva oggi a Gerusalemme

I mediatori pensavano di avere l’accordo in tasca
Giuseppe Acconcia

I mediatori egiziani avrebbero la tregua in tasca. Tra annunci e smentite, Hamas era già pronta a festeggiare ieri sera al Cairo. «Abbiamo impartito una lezione al nemico sionista», si leggeva in un documento del movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza. «Il cessate il fuoco è una vittoria di Hamas e delle Brigate Qassam», continuava il testo. Ma l’attesa tregua tra Hamas, la Jihad islamica, Israele con il sigillo del segretario generale della Lega araba, Ban ki-Moon, e la benedizione egiziana, alla fine non c’è stata.

Nel pomeriggio di ieri, dopo aver preso parte ai funerali della sorella al Cairo, il presidente egiziano, Mohammed Morsy ha annunciato che «gli sforzi per arrivare a un tregua tra israeliani e palestinesi» avrebbero prodotto risultati positivi in poche ore. Morsy ha assicurato poi che «l'assurda aggressione israeliana contro Gaza» si sarebbe conclusa in tempi brevi. Ma, il primo a frenare su un’ipotesi di un raggiungimento frettoloso della tregua è stato Nabil el-Araby, segretario generale della Lega araba. «La tregua non metterebbe fine alla crisi perché sarà violata», ha previsto il diplomatico. 
I primi a mettere a tacere la speranza dell’accordo per una tregua sono state le autorità israeliane che hanno deriso i proclami trionfalistici di Hamas e avvertito sulle reali possibilità di un cessate il fuoco imminente. Negoziati serrati erano andati avanti al Cairo per tutta la giornata di ieri e proseguiranno nella giornata di oggi. Secondo il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, si attenderebbe soltanto il via libera israeliano alla proposta, raggiunta attraverso la mediazione egiziana.
E così gli sforzi diplomatici proseguono, il segretario di stato, Hilary Clinton, è arrivata ieri sera in missione a Tel Aviv per incontrare il premier israeliano, Benjamin Netanyanu. Clinton si reca nella giornata di oggi anche a Gerusalemme, Ramallah e al Cairo. Secondo fonti del governo americano, il presidente, Barack Obama, vorrebbe evitare un attacco terrestre da parte di Israele, pur difendendo il diritto israeliano di decidere in materia di sicurezza nazionale. Mentre Catherine Ashton, rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, si è detta timorosa per una possibile ripresa delle ostilità nonostante la tregua. Sempre più dura, invece, è la presa di posizione di Tehran in merito alla crisi tra Hamas e governo israeliano. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha ribadito che Israele dovrebbe essere processato per «crimini di guerra».


Il Manifesto
Internazionale, Senza fine pag.3
mercoledì 21 novembre 2012

venerdì 19 aprile 2013

Intervista a Ilan Pappè



Rainews 24
Rassegna stampa
Il Manifesto
Intervista a Ilan Pappè
«Solo una pausa della guerra»
Internazionale, Dove è la pace
giovedì 22 novembre 2012

lunedì 15 aprile 2013

Washington: «Il voto allontana la pace»


LA PALESTINA C’È
DIPLOMAZIA · Il sì di Francia e Spagna. E alla fine anche dell’Italia


Washington: «Il voto allontana la pace»


Giuseppe Acconcia
Sono forse oltre 150 su 193 i «sì» per il riconoscimento della Palestina come stato non membro delle Nazioni unite. Tra i favorevoli, ci sono i paesi del nord Europa. Ma a sorpresa ieri, insieme a Francia e Spagna, è arrivato il «sì» anche dell’Italia. Dalla Russia alla Cina, dal Brasile all’India: i paesi emergenti sostengono la richiesta palestinese. Si astengono invece Germania e Gran Bretagna, che lo aveva già fatto in occasione del riconoscimento dello stato di Israele nel 1948. Dall’altra parte, l’asse del «no» allinea Stati uniti, Israele e Canada.
«Un momento di unità della comunità internazionale per rilanciare l processo di pace», ha definito il voto della notte il ministro degli esteri, Giulio Terzi. «Abbiamo lavorato a fondo - ha ribadito Terzi - per permettere che nascano le condizioni per una riapertura dei negoziati fra israeliani e palestinesi senza condizioni e che ci siano anche garanzie per la sicurezza di Israele, da un lato, per lo sviluppo economico e per il consolidamento istituzionale dell'Autorità palestinese, dall’altro», ha commentato Terzi. E così, sono arrivati i ringraziamenti al premier, Mario Monti, e al presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, da parte di Abu Mazen, presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), in merito alla decisione del governo italiano di dare il proprio assenso alla risoluzione per la Palestina. Tuttavia, i partiti di centro-destra in Italia hanno criticato la decisione del governo, avvertita come in disconuità con le politiche di vicinanza ad Israele dei governi Berlusconi. Anche la comunità ebraica italiana non ci sta. «Una doccia fredda», ha definito la decisione del governo italiano il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. 
Come le autorità israeliane, anche gli Stati uniti ridimensionano la portata del voto. «Nessuno deve illudersi che questa risoluzione produrrà i risultati che i palestinesi dicono di cercare, e cioè avere il loro stato che viva in pace con Israele», ha detto Victoria Nuland, portavoce del dipartimento di Stato. Una delle principali preoccupazioni delle autorità americane è che la Palestina possa usare il suo status per entrare a far parte della Corte penale internazionale. 
«È il passo più importante verso la pace dal 1948. Da questo momento la comunità internazionale è costretta a cambiare atteggiamento sulla questione palestinese. Le posizioni di Italia, Francia e Spagna hanno costruito un consenso generale nel contesto delle rivolte arabe», ha spiegato almanifesto, Gilles Kepel, docente dell’università Sciences-po di Parigi. «L’obiettivo degli Stati uniti nella crisi di Gaza è stata di indebolire la componente di Hamas vicina all’Iran. L’attacco a Gaza e la tregua seguente hanno così rafforzato la componente di Hamas favorevole all’accordo con Fatah, (movimento guidato da Abu Mazen, ndr)».
In merito al ruolo egiziano per favorire il dialogo per l’unità nazionale palestinese, Kepel ha aggiunto: «Morsi ha proposto agli Stati uniti di gestire Hamas dialogando con la componente moderata, sunnita vicina ai Fratelli musulmani, guidata dal premier Ismail Haniye, mentre ha marginalizzato la componente filo-iraniana, vicina a Khaled Meshaal. In questo contesto, il presidente Morsi è costretto dalla gravissima crisi economica a scendere continuamente a patti con gli Stati uniti. E così gli israeliani per parlare con Hamas ora chiamano Morsi». A confermare l’assoluta identità di visioni tra la presidenza americana e i Fratelli musulmani egiziani sul conflitto israelo-palestinese sono arrivati gli elogi di Morsi al presidente Barack Obama in un’intervista al Times. «Le sue intenzioni coincidono con i fatti», ha detto il presidente egiziano, Morsi.

Il Manifesto
La Palestina c'è, pag. 3
venerdì 30 novembre 2012

mercoledì 20 febbraio 2013

Gaza e movimento sindacale


Gaza tra macerie e lavoro


Giuseppe Acconcia
Zouhir e suo figlio erano venditori d'acqua. Il 17 novembre 2012, nonostante i raid israeliani, hanno deciso di distribuire acqua gratuitamente per le vie di Gaza a chi ne avesse bisogno. «Mahmoud voleva assistere suo padre. Il mio vicino e suo figlio sono stati uccisi in un bombardamento pomeridiano nel nord della Striscia», racconta Ahmed, giovane venditore ambulante. Le rovine di case distrutte dai raid israeliani sono la quotidianità a Gaza. «I bambini sono così abituati a vivere tra le bombe che alle richieste dei genitori di tornare a casa rispondono: rientreremo solo quando i bombardamenti si avvicinano», spiega Mirwat, insegnante elementare di Gaza City. 

Ma lentamente si sta tornando alla normalità anche nella Striscia. Le scuole, incluse le 245 gestite dall'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (Unrwa), sono di nuovo aperte. Per giorni sono proseguite le ispezioni dei tecnici per accertare la presenza di ordigni inesplosi nelle adiacenze delle scuole di Gaza, per ripulire le classi da macerie e vetri andati in frantumi durante gli attacchi. «Ci raccoglievamo in appartamenti lontani dai palazzi delle istituzioni, dalle sedi di Hamas e dalle moschee, con la speranza di non essere colpiti», racconta Khaled, allievo di una scuola media gestita dall'Unrwa, ancora scosso dai bombardamenti. 
Tuttavia, la sera del 29 novembre, è scoppiata la festa tra le strade e le rovine di Gaza per la vittoria palestinese alle Nazioni Unite. Mohammed Abbas, presidente dell'Anp, ha ottenuto l'adesione all'Assemblea generale dello Stato palestinese come osservatore. È stato accolto nei Territori come un eroe. Le bandiere verdi di Hamas, quelle gialle di Fatah e le rosse dei movimenti di sinistra sventolavano insieme, a Ramallah e Gaza. È la prima volta dal 2007, anno in cui Hamas è al governo, che Fatah, movimento politico del presidente Mohammed Abbas, partecipa ad una manifestazione insieme agli islamisti in questo lembo di terra. 
Ma gli otto giorni di bombardamenti israeliani della fine di novembre, l'operazione Pilastro di difesa, non sono ancora un ricordo. Non solo per le decine di vittime e le centinaia di feriti, ma le vite di bambini e lavoratori, già martoriati dall'assedio permanente, sono state messe in ginocchio. A Gaza, non ci sono sirene o allarmi che avvisino gli abitanti dell'imminenza di un attacco. «Viviamo in un quartiere dove ci sono le sedi di Hamas, ho quattro bambini. Mio figlio Yasin, 11 anni, ha smesso di parlare e le cure mediche non hanno ancora avuto effetto», ammette Tariq, operaio di Zaitoun. 
Non solo, oltre i due terzi dei tunnel, ad uso commerciale, del valico di Rafah che collega Gaza con l'Egitto, sono stati parzialmente o totalmente distrutti dai bombardamenti. Mentre il passaggio di Kerem Shalom è stato appena riaperto agli stessi ritmi precedenti l'attacco. E poi, nonostante la tregua siglata al Cairo il 21 novembre scorso, nei cieli di Gaza City vengono lanciati ancora centinaia di volantini dell'aviazione israeliana nei quartieri di Beit Lahia, Beit Hanouna, Jabalia, Tel el-Hawa che diffondono paura, chiedendo lo spostamento degli abitanti all'interno della Striscia. Oppure minacciano di estendere le no-go zone, aree soprattutto nei dintorni delle mura ai confini con Israele, dove gli abitanti di Gaza non possono mettere piede. 
Dal 2007, l'assedio e l'isolamento della Striscia sono diventati insostenibili per i lavoratori palestinesi. È sempre più complicato raggiungere la Cisgiordania e sono necessari permessi per ogni viaggio fuori dalla Striscia. I settori dove gli abitanti di Gaza trovano principalmente impiego vanno dall'amministrazione pubblica israeliana, agli uffici delle Nazioni Unite all'interno dei campi profughi e alle forze di sicurezza palestinesi (polizia, vigili, guardia nazionale e servizi segreti). Operai e contadini lavorano in Israele per salari due volte più alti di quelli di Gaza. Tuttavia, per ricevere un permesso di lavoro un palestinese di Gaza deve avere 35 anni, essere sposato con almeno un figlio. Solo nel settore agricolo è permesso anche ai più giovani di lavorare. 
I già gravi limiti alla mobilità dei lavoratori sono peggiorati in seguito all'attacco dello scorso novembre. La polizia israeliana ha ordinato a decine di palestinesi di scendere da bus israeliani sulla strada che conduce a Tel Aviv. Secondo la stampa locale, il ministero dei trasporti israeliano avrebbe in progetto di creare servizi di trasporto solo per palestinesi in seguito alle richieste avanzate da alcuni coloni. Nelle ultime settimane, alterchi e tafferugli tra passeggeri palestinesi e israeliani sono scoppiati quotidianamente all'interno dei bus. I provvedimenti sono collegati al timore delle forze di sicurezza israeliane di un incremento di attacchi contro civili dopo l'attentato di Tel Aviv dello scorso 21 novembre. Tuttavia, la confederazione sindacale palestinese (Pgftu) ha definito il provvedimento come una «decisione che crea discriminazioni in base alla nazionalità».
Con la fine dei bombardamenti, muratori e operai si sono di nuovo assembrati intorno alla barriera al valico di Erez. Ma insieme a loro, sono tornate anche le notizie di spari su operai che raccolgono calcinacci da riciclare. Sono ripresi anche i piccoli assembramenti di contadini che chiedono la sicurezza dei loro campi, di poter esportare frutta e verdura verso Israele. Molti di loro denunciano casi di contadini palestinesi feriti e centinaia di alberi di olivo distrutti dai coloni israeliani in attacchi mirati con danni ai loro campi. Tutto questo avviene in un contesto di altissima densità abitativa, in cui lo stato non ha legittimità e i diritti di proprietà sono incerti. Mentre Israele, ma anche l'Egitto, per decenni hanno controllato e ritardato il processo di nation building. Nonostante ciò, il tessuto di sindacati e ong, laici e islamici, che operano a Gaza City è vivo e in costante crescita. Anche i centri, gestiti da Hamas, tentano di favorire il rinnovamento della società civile locale. La gente di Gaza non si arrende.

Area 7
Quindicinale di critica sociale
venerdì 7 dicembre 2012


sabato 18 febbraio 2012

Il piano israeliano di disimpegno unilaterale


Le gravi tensioni in Medio Oriente rendono incerta l’evoluzione del conflitto israelopalestinese.
Questa scheda ricostruisce la politica israeliana di disimpegno unilaterale, presenta l’attuale situazione nei territori occupati, riporta il quadro diplomatico internazionale e le posizioni palestinesi.
Il piano di Sharon
Il piano israeliano di disimpegno unilaterale, annunciato da Ariel Sharon il 18 dicembre del 2003 alla conferenza di Herziliya ed approvato dal Comitato centrale del Likud nel giugno del 2004, consiste nel ritiro delle forze militari israeliane di occupazione dalla Striscia di Gaza e da quattro insediamenti nel Nord della Cisgiordania.
Il piano presume l’assenza di un interlocutore credibile nella classe dirigente palestinese. Si afferma come atto unilaterale e definitivo, limitatamente alla Striscia di Gaza. Nessun accenno viene fatto, invece, a successivi ritiri dalla Cisgiordania. Il piano di disimpegno di Sharon si pone in contrasto con la tradizionale posizione della destra israeliana ostile a qualsiasi concessione per la nascita di uno stato palestinese indipendente. Il piano ha, invece, riscosso il consenso del partito laburista, sostenitore anche di successivi ritiri dalla Cisgiordania. Il 27 ottobre del 2004 la Knesset ha approvato con 67 voti a favore e 45 contrari il piano di disimpegno di Sharon.
Le dinamiche del ritiro ad agosto del 2005
Il ritiro dei militari e dei civili israeliani si è svolto in quattro fasi tra il 15 ed il 22 agosto del 2005. Ogni famiglia israeliana coinvolta nel ritiro ha ricevuto un compenso di 330.000 $ per un totale di 550milioni di $. Mentre i costi militari del ritiro sono stati pari a 450 milioni di $.
Gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza, costruiti tra il 1979 ed 1993, occupavano 54 km2 sui 365 km2 dell’intera regione, vivevano, qui, 7000 coloni israeliani per una densità di 665 ab/km2. Invece, la densità di popolazione palestinese che vive nella Striscia di Gaza raggiunge i 25.700 ab/km2 salendo a 50.478 ab/km2 nei campi profughi.
I quattro insediamenti smantellati in Cisgiordania erano concentrati nella Samaria settentrionale nei dintorni di Jenin: Gonim, 170 abitanti, Kadim, 149 abitanti, Sa Nur, 83 abitanti, Hamesh, 198 abitanti, su una popolazione israeliana negli insediamenti in Cisgiordania di 246.000 abitanti.
Il controllo dei confini di Gaza
Le autorità israeliane hanno mantenuto il controllo dei confini di terra, dei cieli e delle coste della Striscia di Gaza. Nel novembre del 2005 è stato annunciato dal Ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, l’accordo con l’Egitto per garantire la sicurezza del valico di frontiera di Rafah tra Egitto e Striscia di Gaza sotto la sorveglianza di una missione guidata dall’Unione europea. Mentre la dogana commerciale è stata collocata al valico di Shalom Kerem sotto controllo israeliano.
Non è stato predisposto un servizio di trasporto tra Gaza e la Cisgiordania, sebbene il piano di disimpegno faccia riferimento alla necessità di garantire la “continuità territoriale” al popolo palestinese.
La situazione degli insediamenti in Cisgiordania
Parallelamente al piano di disimpegno, Israele ha continuato l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Secondo la direzione delle statistiche israeliana, nel primo trimestre del 2005 la costruzione di insediamenti è aumentata dell’83%.
In Cisgiordania, si sono ormai consolidate due reti stradali separate una per i palestinesi l’altra per i coloni rendendo disagevoli gli spostamenti. In quest’area hanno subito un sensibile incremento i posti di blocco ed i check points.
A questo va aggiunto la costruzione della “barriera di sicurezza” che ha avuto inizio nel 2003 ed il cui percorso ha modificato sia i confini del 1967 che quelli previsti dagli accordi di Oslo. La “barriera di sicurezza” è stata dichiarata illegale nel luglio 2004 dalla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja.
Secondo la Foundation for Middle East Peace, attraverso il sistema di strade e la barriera di sicurezza Israele si avvia ad annettere tra il 20 ed il 50 % della Cisgiordania concedendo ai palestinesi l’autonomia su quattro aree: Cisgirdania centro-nord (da Jenin a Ramallah), Cisgiordania sud (da Betlemme a Hebron), Gerico a cui aggiungere la Striscia di Gaza.
Inoltre, la “barriera di sicurezza” ha diviso Gerusalemme Est dalla Cisgiordania. In questo modo 200.500 palestinesi residenti a Gerusalemme Est sono stati isolati dal resto della Cisgiordania mentre 202.500 palestinesi residenti in periferia sono stati separati dal resto della città. L’espansione dell’insediamento di Male Adumim e la costruzione della barriera di sicurezza hanno di fatto diviso in due aree separate la stessa Cisgiordania.
La “convergenza” di Olmert
Quando il 10 novembre del 2005 il partito laburista guidato da Amir Peretz ha annunciato il ritiro dal governo di coalizione, Sharon ha reagito indicendo nuove elezioni ed annunciando la fondazione di un nuovo partito. Kadima, lett. “Avanti”, omposto da parte del Likud e parte dei Labur, tra cui il noto leader del partito Shimon Peres, è nato con l’obiettivo specifico di portare a termine il piano di disimpegno unilaterale.
Malgrado l’uscita di scena di Sharon, colpito da ictus nel dicembre 2005 e nel gennaio 2006, Kadima si è affermata alle elezioni politiche del marzo 2006 anche se in maniera meno larga del previsto.
Il Primo Ministro Ehud Olmert ha dichiarato di voler proseguire nel piano di disimpegno unilaterale previsto da Sharon ritirando le forze militari e smantellando gli insediamenti di alcune aree della Cisgiordania. In varie dichiarazioni, Olmert ha parlato di piano di “convergenza”: il ritiro di circa 70.000 coloni in aree non precisate della Cisgiordania ed una più generale razionalizzazione della presenza israeliana nei territori occupati. La vittoria di Hamas alle elezioni del Consiglio legislativo palestinese del gennaio 2006 e il successivo boicottaggio internazionale dell’Anp hanno favorito la conferma del metodo unilaterale nell’attuazione del piano di disimpegno.
La crisi economica nei territori occupati
La grave crisi economica ed occupazionale nei territori è stata aggravata dalla frammentazione territoriale e dal boicottaggio internazionale del governo Hamas. Il rapporto della Banca Mondiale del marzo 2006 sulla situazione economica nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania afferma che allo stato attuale di sospensione di trasferimenti di tasse ed aiuti e di restrizione di movimenti, il tasso di povertà ed il tasso di disoccupazione toccheranno rispettivamente il 78% ed il 48% nel 2008. In una nota del 9 maggio 2006, la stessa Banca Mondiale definisce queste previsioni ottimistiche.
Nonostante ciò, dal momento del ritiro, Israele ha tentato di dichiarare la Striscia di Gaza territorio “non occupato” e di declinare ogni responsabilità sulle disastrose condizioni economiche della popolazione.
Il quadro internazionale: la “road map”
Le reazioni internazionali al piano di disimpegno unilaterale sono state di generale approvazione. Da una parte il conflitto israelo-palestinese non ha rappresentato il centro dell’azione diplomatica americana in Medio Oriente. Dall’altra, l’Ue si è dimostrata poco efficace nell’assumere una posizione unitaria riguardo all’evolversi del conflitto.
Il quadro diplomatico in cui si muovono gli attori internazionali è la “road map”. La “road map”, presentata dal Quartetto di negoziatori formato da Ue, Usa, Onu e Russia nell’aprile del 2003, prevede, prima di tutto, una cessazione completa degli attacchi kamikaze palestinesi in territorio israeliano; in secondo luogo, il blocco nella costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania ed il ritiro delle forze israeliane dalle zone sotto l’amministrazione palestinese; infine, la riapertura del negoziato per la creazione di uno stato palestinese indipendente e la definizione dello status finale sulle questioni contese: Gerusalemme Est, i rifugiati e i prigionieri politici palestinesi, condizioni di accesso alle risorse idriche. Il Quartetto ha definito il piano di disimpegno unilaterale una “rara opportunità” considerandolo conforme alla “road map”. Di fatto, non sono stati censurati in modo sostanziale né l’unilateralismo dell’operazione né la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.
La posizione di Stati Uniti ed Unione europea
Il presidente degli Stati Uniti George Bush ha appoggiato il piano di disimpegno unilaterale affermando la necessità del riconoscimento delle "nuove realtà sul campo", cioè gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania. Queste dichiarazioni sono in contrasto con le posizioni ufficiali degli Stati Uniti fino al 2002 che consideravano gli insediamenti all’interno del confine del ‘67 come “illegali” ed un “ostacolo” per la pace.
Durante l’ultima visita di Sharon a Washington del 2005, George Bush ha sostenuto l’obbligo per Israele di cessare la costruzione di nuovi insediamenti nei territori confermando, però, il riconoscimento di quelli già esistenti. L’attuale posizione americana è di sostegno alla “soluzione dei due stati”, come si evince dal discorso di George Bush del giugno 2002, e di conformità del piano israeliano di disimpegno unilaterale alla “road map”.
La posizione ufficiale dell’Unione europea è che “una soluzione finale può essere raggiunta solo con un negoziato tra Israele e palestinesi, che conduca a due stati sovrani e indipendenti sui confini del ‘67 che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza come previsto dalla “road map”. Questa posizione era stata già formulata analogamente nei Consigli dell’Ue di Venezia 1980, Berlino 1999 e Siviglia 2002.
Tuttavia, nessuna opposizione è stata manifestata dall’Ue al piano israeliano di disimpegno unilaterale ed il rapporto critico di alcuni diplomatici britannici presentato nel 2005 al Consiglio dei Ministri dell’Ue non ha comportato alcuna azione ufficiale in sede comunitaria.
Le posizioni palestinesi
La delegittimazione da parte del governo israeliano e la mancanza di unità della leadership palestinese non hanno consentito una risposta efficace al piano di disimpegno unilaterale. L’annuncio del piano di disimpegno unilaterale è venuto nel terzo anno di intifada – scoppiata il 28 settembre del 2000 a seguito della provocatoria passeggiata di Ariel Sharon nella spianata delle moschee – e a più di cinque anni dagli ultimi incontri ufficiali di Camp David, in una fase di totale assenza negoziale.
Nel dicembre 2001 il governo israeliano ha definito l’Autorità palestinese un’entità che “sostiene il terrore”. Arafat e tutta la classe dirigente di Fateh sono stati considerati come interlocutori non credibili ed è stato disconosciuto loro il ruolo di negoziatori previsto dagli accordi di Oslo procedendo al piano di disimpegno unilaterale.
Quando il piano di ritiro è stato annunciato, la classe dirigente palestinese appariva frammentata ed indebolita. Il fallimento degli accordi di Oslo, lo scoppio della seconda intifada, la cronica crisi economica ed occupazionale, l’incapacità di trasformarsi in classe dirigente per una politica di costruzione nazionale, il mancato controllo su gruppi terroristici ed apparati di sicurezza hanno indebolito la leadership di Fateh.
Tale è stata la divisione tra i due principali movimenti politici palestinesi, Fateh ed Hamas, che non c’è stata una risposta univoca al ritiro israeliano. Sia Fateh che Hamas si sono opposti al piano di disimpegno unilaterale. Non hanno messo in discussione il ritiro in sé ma il metodo con cui è stato attuato. I due gruppi contestano l’unilateralità delle decisioni assunte e l’espansione israeliana in Cisgiordania. Tuttavia, Hamas ha inizialmente salutato il ritiro israeliano come un successo della strategia della seconda intifada e degli attacchi kamikaze.
Gli ultimi sviluppi
La cattura del militare israeliano Shalit, dello scorso giugno, ad opera di tre gruppi armati, le brigate al-Qassam, il Comitato popolare per la Resistenza e l’Esercito islamico ha provocato una dura reazione militare israeliana. Sebbene non ci siano collegamenti provati con il governo di Hamas, l’esercito israeliano ha attaccato il sud ed il nord della Striscia di Gaza, ha demolito infrastrutture, parte della rete idrica ed energetica dei territori, ha bombardato la residenza del Primo ministro Haniye, del ministro dell’Interno ed ha preso in ostaggio la metà dei membri del governo.
Questo dimostra il controllo militare effettivo delle forze armate israeliane sulla Striscia di Gaza. La situazione è resa ancor più esplosiva dall’attacco portato al Libano dalle forze israeliane in seguito alla cattura di due militari da parte del movimento sciita libanese Hezbollah.

Giuseppe Acconcia
affarinternazionali.it
luglio 2006

giovedì 6 ottobre 2011

Intervista a Dawud Barakat e Anath Kurtz

Lo stato incerto dell’infinito conflitto israelo-palestinese

Intervista a Dawud Barakat e Anath Kurtz

L’arresto della metà dei membri del governo di Hamas, le pressioni sulla Striscia di Gaza per il rilascio del militare israeliano, le ultime tensioni con il Libano rendono quanto mai incerti gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Ne abbiamo parlato con l’ex rappresentante dell’Olp alle Nazioni Unite, Dawud Barakat per alcuni giorni in visita in Italia e con la ricercatrice israeliana del Jaffee Center di Tel Aviv, Anath Kurtz. I nostri interlocutori propongono due punti di vista divergenti sulla vittoria di Hamas, sul disimpegno unilaterale israeliano e sulle prospettive del negoziato.

La vittoria di Hamas alle elezioni politiche ha trasformato il movimento che si è opposto agli accordi di Oslo in forza di governo. Crede in Hamas come forza di governo e di cambiamento?

Dawud Barakat. Hamas ha un’impronta ideologica che non condivido. L’islamizzazione delle istituzioni palestinesi promossa da Hamas nelle amministrazioni locali è in contraddizione con la cultura civile del nostro popolo. Mi preoccupa, poi, la tendenza di Hamas di concepire la guerra di liberazione come uno strumento di potere. Questo si avvicina troppo marcatamente alla strategia politica di Hezbollah. La morte di Ahmed Yassin, leader carismatico di Hamas ucciso dalle forze armate israeliane nel 2004, ha fatto emergere le divisioni tra le fazioni più estremiste in esilio a Damasco e le componenti dell’attuale governo Hanyeh. Nonostante sia prevalsa la componente moderata di Hanyeh che implicitamente accetta gli accordi di Oslo, Hamas non era e non è pronta a divenire una forza di governo. Lo dimostrano le lunghe trattative per la formazione dell’esecutivo a cui ha fatto seguito l’accettazione di un programma politico solo in parte di cambiamento.

Anath Kurtz. Hamas non ha avuto modo di governare. Da un lato, per gli ostacoli imposti dalla presidenza palestinese e per il mancato controllo delle forze di sicurezza. Dall’altro, Israele ha indebolito Hamas rendendola incapace di qualsiasi azione di governo. Questi fattori devono essere inseriti in un ambiente di completa instabilità e incertezza che non permette a nessuna forza di governare agevolmente. Tuttavia, la vittoria di Hamas non modifica la realtà sul campo. Per le autorità israeliane tanto Fatah quanto Hamas non rappresentano interlocutori credibili per raggiungere una stabile soluzione del conflitto.

Lo stato di assedio della Striscia di Gaza e le azioni militari israeliane mettono in discussione l’autonomia dei territori “liberati” in seguito al ritiro israeliano. La politica israeliana del disimpegno unilaterale avvicina davvero la soluzione dei due stati?

Dawud Barakat Sicuramente no. Il disimpegno unilaterale israeliano è una soluzione parziale e come tale è destinata a non avere successo. Difatti, Israele è impegnato in una razionalizzazione della sua presenza nei territori occupati: da una parte, si ritira dalle aree più densamente popolate e dall’altra annette gran parte della Cisgiordania. Non solo, ma i territori “liberati” restano sotto diretto controllo delle forze israeliane. In questo modo si evita un negoziato sullo status di Gerusalemme. Gli israeliani stanno cambiando la demografia della città trasformando la componente palestinese in minoranza. Israele, poi, si rifiuta di parlare di prigionieri e di rifugiati governando in uno stato di apharteid empirica. In realtà, la politica di costruzione di nuovi insediamenti ha ulteriormente frammentato i territori palestinesi allontanando ogni possibilità di continuità territoriale. Quindi, sembra chiaro che il governo israeliano non voglia uno Stato palestinese autonomo. Invece, per l’Autorità Palestinese non esiste alternativa alla soluzione dei due Stati. Un nuovo negoziato deve trovare una risposta globale a tutte le questioni sul campo. E neppure la Road Map andava in questa direzione.

Anath Kurtz. La politica di disimpegno unilaterale israeliana è una conseguenza dell’impossibilità di un negoziato. Dopo dieci anni senza negoziati Israele non ha deciso semplicemente di boicottare Arafat o il governo Hamas. Israele ha deciso di risolvere il conflitto nonostante l’assenza di interlocutori credibili. Va aggiunto che la politica di disimpegno non è una risposta al terrorismo, tuttavia, ha ottenuto risultati importanti in questa direzione.
Inoltre, promuovendo la politica di disimpegno unilaterale, Sharon prima e Kadima poi hanno scardinato gli schemi tradizionali dell’ideologia politica della destra sionista. Hanno, infatti, rinunciato definitivamente a porzioni di territorio della Grande Israele. La politica del disimpegno è, quindi, una strategia israeliana essenziale. Ricordo che sono stati i palestinesi per primi a dar luogo a violenze senza motivo con lo scoppio della seconda Intifada. Anche questo è unilateralismo. Certo, Israele non sta agendo per stabilire uno Stato palestinese autonomo. Israele per il momento vuole difendere, innanzitutto, la propria sicurezza.

Quali sono le prospettive del conflitto visti i recenti sviluppi?

Dawud Barakat. In questi giorni è in gioco la sopravvivenza dell’Autorità palestinese. Gli israeliani non potranno spingersi oltre ogni limite nella pressione sui territori perché non godono del sostegno dell’opinione pubblica israeliana. L’arresto di metà del governo Hanyeh fa pensare a un possibile governo di coalizione che limiti il ruolo di Hamas e rimetta in gioco Fatah, si spera nella sua componente meno logorata dagli anni di gestione del potere.

Anath Kurtz. La situazione presente è terribile. Da una parte è probabile che la pressione sui territori conduca al collasso del governo Hamas mentre Fatah non è abbastanza unito per gestire una fase di transizione. Dall’altro lato, non è escluso che, visti i recenti sviluppi, Kadima veda diminuire gradualmente il suo consenso riproponendo la cronica instabilità politica israeliana. Questo rafforzerebbe nuovamente il Likud. Un nuovo tavolo negoziale è quanto mai lontano.

Giuseppe Acconcia

giovedì 28 luglio 2011

Riconoscimento sovranita' territori palestinesi

M.O.: al-Malki, il 2 luglio a Madrid riunione ambasciatori Anp in Paesi Ue
'Europa favorisca riconoscimento stato palestinese'
Ramallah, 28 giu. -
(Aki) - ''Il 2 luglio si terra' a Madrid una riunione di ambasciatori dell'Autorità nazionale palestinese nei Paesi dell'Unione europea per favorire il riconoscimento dello stato palestinese da parte dei Paesi membri dell'Ue''. Lo rivela ad AKI - ADNKRONOS INTERNATIONAL Ryiad al-Malki, ministro degli Esteri dell'Anp. "Nella riunione di Madrid si deciderà come intervenire sui Paesi dell'Unione per ottenere il riconoscimento dello stato palestinese prima della richiesta di adesione alle Nazioni Unite il prossimo settembre'', aggiunge al-Malki nell'intervista.
Al-Malki rivela anche che ''i 57 ministri degli Esteri che prendono parte alla riunione in Kazakistan dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci) confermeranno il loro sostegno al riconoscimento dello stato palestinese''. "Durante l'incontro verranno adottate una serie di risoluzioni relative al tentativo palestinese di mobilitazione internazionale per la nascita di uno stato palestinese e per l'adesione alle Nazioni Unite", aggiunge al-Malki. ''Insistiamo sulla necessità di accelerare il riconoscimento dell'indipendenza dello Stato palestinese sfruttando soprattutto - prosegue - la rinnovata attenzione alla causa palestinese che viene dai Paesi islamici''.
Giuseppe Acconcia

giovedì 21 luglio 2011

Arresto Salah in Gran Bretagna

M.O.: Salah arrestato in Gb, per Hamas e' 'atto immorale e illegale'
Londra, 29 giu. -
(Aki) - Il movimento di resistenza islamico Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha condannato con forza l'arresto in Gran Bretagna del leader dell'ufficio nord del Movimento islamico in Israele, Raed Salah, catturato dagli agenti britannici ieri sera al suo ingresso nel Regno. L'arresto di Salah e' per Hamas un ''atto immorale e illegale'', si legge in un comunicato pubblicato dal movimento sul suo sito web. ''Condanniamo l'arresto in Gran Bretagna di Raed Salah - prosegue il testo - Si tratta di un atto immorale e illegale, ne chiediamo il rilascio immediato affinché possa completare la sua visita''.
Salah è stato fermato dalla polizia di frontiera britannica dopo il suo arrivo in Gran Bretagna a bordo di un aereo, nonostante gli fosse impedito l'ingresso nel Paese e per questo le autorita' britanniche hanno gia' aperto un'inchiesta. Salah avrebbe dovuto partecipare a un convegno organizzato al Parlamento di Londra dal Partito laburista e dagli attivisti per i diritti dei palestinesi, Jeremy Corbyn e Richard Burden. ''Salah è ora detenuto dalla polizia di frontiera che si sta accordando per agevolare il suo espatrio - ha spiegato il ministro dell'Interno britannico, Theresa May - E' in corso un'indagine per stabilire come sia potuto entrare in Gran Bretagna''.
Il gruppo di Salah ha reagito all'arresto dell'uomo accusando la ''lobby ebraica'' di aver fatto pressioni sulle autorità britanniche per procedere all'arresto. ''Sin da quando Salah ha ricevuto l'invito a venire in Gran Bretagna, la lobby ebraica ha fatto tutto il possibile per impedire la visita'', si legge in un documento del movimento. Lo scorso aprile Salah era stato interrogato dalle forze di sicurezza israeliane perché sospettato di aver attaccato la polizia sul ponte Allenby, che unisce Giordania e Cisgiordania. In passato Salah era gia' stato arrestato in Israele per attacchi a ufficiali di polizia durante una manifestazione da lui organizzata nel 2007.
Giugno 2011,
Giuseppe Acconcia

giovedì 30 giugno 2011

Incontro Fatah-Hamas al Cairo

M.O.: al via secondo incontro Fatah-Hamas al Cairo, divisioni su nuovo premier
Il Cairo, 14 giu. -
(Aki) - E' iniziato al Cairo, in Egitto, il secondo incontro tra le
fazioni palestinesi Fatah e Hamas per la formazione di un governo di
unità nazionale con la mediazione egiziana. Lo riferisce il quotidiano
egiziano Al Ahram online. Il giornale sottolinea come il primo punto
in agenda dei colloqui riguardi il nome del nuovo primo ministro.
Nabil Sha'ath, esponente di Fatah che partecipa all'incontro, ha
dichiarato che il presidente dell'Autorità nazionale palestinese
Mahmoud Abbas (Abu Mazen) presenterà oggi il nome del ''candidato di
Fatah''. Uno dei candidati proposti nelle scorse settimane, Salam
Fayyad, presidente del comitato centrale di Fatah, era stato duramente
criticato da Hamas. Il movimento che controlla la Striscia di Gaza
aveva posto come condizione per dare il via alla nomina del nuovo
primo ministro che il designato non fosse implicato in 'violazioni'
contro Hamas. Secondo la stampa palestinese, riportata da Al Ahram
online, il candidato alla carica di primo ministro di Hamas sarebbe
invece Jamal El-Khodary, guida del comitato che chiede la fine
dell'isolamento di Gaza.
Il primo incontro tra le fazioni palestinesi si era tenuto lo scorso 4
maggio con l'obiettivo di avviare un dialogo tra le due fazioni
palestinesi per la formazione di un governo ad interim in vista delle
elezioni parlamentari e presidenziali del prossimo anno. Il ministro
degli Esteri egiziano Nabil el Arabi, appena nominato Segretario
generale della Lega araba, aveva favorito l'avvio dei colloqui e
partecipato come mediatore.
(Acc/AKI)

Giuseppe Acconcia,
giugno 2011

sabato 18 giugno 2011

Conflitto israelo-palestinese: Quds, Naksa e Naqba

M.O.: Quds, Naksa e Naqba, i tre giorni che hanno fatto la storia di Israele
Gerusalemme, 7 giu. -
(Aki) - La giornata del Quds, ovvero Gerusalemme, chiude i tre giorni di commemorazione della 'Naksa', 44esimo anniversario della fine della guerra dei '6 giorni' del 1967. In questa occasione si è registrato un terzo tentativo consecutivo da parte di attivisti palestinesi di violare le frontiere dello Stato di Israele attraverso il valico di Rafah in Egitto, le Alture del Golan in Siria e il Sud del Libano. Gli attivisti hanno lanciato una pagina su Facebook dal nome 'il giorno della fedelta' a Gerusalemme' in cui hanno proposto una marcia verso la moschea Al-Aksa di Gerusalemme. I due tentativi precedenti i oltrepassare i confini israeliani hanno coinciso con la giornata della 'Naqba', ovvero il 63esimo anniversario dalla fondazione dello Stato di Israele, e con il primo giorno di 'Naksa', lo scorso cinque giugno.
Nello Stato di Israele la giornata del 'Quds' celebra la riunificazione di Gerusalemme sotto la sovranita' israeliana. I soldati israeliani entrarono a Gerusalemme est, controllata fino a quel momeno dall'esercito giordano, e qualche settimana dopo la Knesset, il Parlamento israeliano, emanava una dichiarazione che estendeva la sovranita’ israeliana dalla parte occidentale della citta' a quella orientale. Una giornata del Quds venne anche istituita dopo la Rivoluzione iraniana del 1979 dall'ayatollah Ruhollah Khomeini nell'ultimo venerdi' di Ramadan. Le celebrazioni iraniane denunciano l'occupazione israeliana dei Territori palestinesi.
La giornata del Quds chiude le celebrazioni per la 'Naksa', commemorazione della fine della guerra dei '6 giorni'. Nel giugno del 1967, l'esercito israeliano metteva fine al conflitto con i Paesi arabi vicini occupando le Alture del Golan, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e prendendo il controllo di Gerusalemme est e della Cisgiordania. Le manifestazione organizzate la scorsa domenica ai confini dello Stato d'Israele in occasione del giorno della 'Naksa' hanno provocato l'uccisione di almeno 23 persone e il ferimento di decine di palestinesi da parte dell'esercito israeliano. (segue)
(Acc/AKI)
M.O.: Quds, Naksa e Naqba, i tre giorni che hanno fatto la storia di Israele (2)
Gerusalemme, 7 giu. -
(Aki) - Il primo tentativo di violare i confini israeliani si era registrato il 13 maggio scorso nel giorno della 'Naqba', 63esimo anniversario della fondazione di Israele. La 'Naqba' o 'catastrofe' per i Paesi arabi, ricorda la nascita di Israele nel 1948. Nel maggio del 1948, David Ben Gurion dichiaro' unilateralmente l'indipendenza dello Stato di Israele provocando l'immediata reazione dei Paesi arabi limitrofi. Nell'anniversario, attivisti in difesa dell'indipendenza dei Territori palestinesi avevano tentato di oltrepassare i confini israeliani. L'esercito israeliano aveva fatto fuoco provocando la morte di 14 persone e il ferimento di decine di manifestanti.
I tentativi delle ultime settimane di entrare nello Stato di Israele da parte di attivisti palestinesi fanno parte della retorica jihadista di mettere in atto una 'terza Intifada'. La campagna nata su Facebook 'Conto alla rovescia per la terza Intifada' ha raccolto quasi 400.000 contatti di sostegno. Dopo le manifestazioni che hanno portato al rovesciamento del regime dell'ex presidente egiziano Hosni Mubrak, il conflitto israelo-palestinese e' tornato in una fase accesa. L'Egitto e' stato il primo Stato arabo a riconoscere lo Stato di Israele. Negli ultimi mesi molte forze politiche egiziane, tra cui i Fratelli Musulmani, si sono espresse per una revisione del Trattato di pace tra Egitto e Israele. Inoltre, proprio al Cairo e' stata sancita la riconciliazione tra le fazioni palestinesi di Fatah, che controlla la Cisgiordania, e Hamas, che controlla la Striscia di Gaza. E' stato avviato cosi', con la mediazione del ministro degli Esteri egiziano Nabil El Arabi, un negoziato per la formazione di un governo unitario nei Territori palestinesi che prepari alla dichiarazione di indipendenza.
(Acc/AKI)
Giuseppe Acconcia,
giugno 2011, adnkronos